martedì 3 ottobre 2017

In memoriam ... di Monsignore

Nella vita il Signore ti mette dinanzi alcune persone, ti fa fare incontri che ti cambiano, che ti spronano a lasciare la vita di un attimo prima per aprirti alla perenne novità del Vangelo con la tua conversione.

Nel giorno degli Arcangeli un'anima rilucente di luce veniva portata in cielo fra i canti e le allegrezze angeliche!

Conobbi Mons. Giovanni Battista Proja (Colli 1917 – Roma 2017), quando da ragazzo servivo messa nella Chiesa di Sant'Antonio abate a Priverno con don Renato Palleschi. Era canonico del Capitolo lateranense, esorcista e predicatore indefesso.
La figura schiva e al tempo stesso affabile di questo sacerdote, coi suoi abiti un poco lisi e dimessi, attirava la mia attenzione. Ci mise poco a scoprire il mio desiderio di consacrarmi a Dio. Veniva da noi per predicare ritiri, quaresimali, per incontrare i gruppi di preghiera. Sapeva tenere desta l'attenzione dei fedeli con esempi pratici legati in amalgama con uno stile prettamente catechetico. Parole grosse o sofismi altisonanti non gli appartenevano. Divenne presto il mio confessore, la mia guida, mio padre, la spalla sulla quale ho pianto, l'unico che ha sempre creduto in me e nella mia vocazione. Dopo gli eventi spiacevoli che diedero un corso nuovo e indecifrabile alla mia vita mi accolse in casa sua (quanto era intensa la sua vita di preghiera, credo di non aver pregato mai così tanto come quando ero con lui!) e, rompendo le mie resistenze, dettate dall'attendere risoluzioni che non arrivavano e promesse che non si concretizzavano, mi fece iscrivere, per obbedienza, alla Pontificia Università Lateranense, per incominciare il corso teologico che poi avrei continuato con profitto presso la Pontificia Università della Santa Croce, sempre nella città eterna.
Nonostante gli impegni che andavo assumendo, perché legati alla vita religiosa, ho cercato di stargli accanto il più possibile, non solo negli eventi straordinari ma nelle situazioni concrete e ordinarie della sua vita. Mi recavo da lui per la confessione settimanale e mi occupavo del riordino della stanza, dello studio e della cappella (l'ordine non era il suo forte!). Alla sua scuola ho appreso una scuola di vita ed ho conosciuto figure di santità nascoste tra le pieghe della storia luminosa della Roma cattolica. Mi ha trasmesso il suo pallino per la storia. Mi ha trasmesso l'amore per le cose di Dio, mi ha trasmesso l'amore e la cura per le vocazioni, specie quando sono incomprese e sofferte. Mi ha voluto tra i suoi discepoli, e di questo non cesserò mai di rendere grazie al buon Dio. Lo accompagnavo dappertutto, specie nelle giornate dei ritiri mensili predicati al suo gruppo di preghiera in quel di Prossedi (LT), o a Roma nella ricerca e nell'approfondimento, nelle ricorrenze e nelle devozioni legate a quei santi di cui curava la causa di beatificazione. Sempre affiancato dal fedelissimo domestico Massimo, che per lui era figlio, infermiere, collaboratore devoto.

Sono incontri che ti cambiano la vita! Sono le stelle luminose che in giornate grige sanno illuminare i nostri passi verso un cielo luminoso.

Convinto della sua fama di santità ho cercato di raccogliere, registrare e documentare ogni suo intervento pubblico e ogni suo frutto di meditazione. Col tempo vedrò di riordinare tutto e procedere a qualcosa di più concreto.

La sua età avanzata, la sua precaria salute, la necessità di un'assistenza più specifica, hanno suggerito un ricovero presso case di cura che potessero sovvenire a quello che in casa non si poteva garantire. Gli acciacchi dell'età vennero affiancati dai dolori della solitudine e dell'indifferenza di coloro che erano stati gli aedi dell'ora della gioia, in cerca di qualche piccola o grande affermazione personale all'ombra del vegliardo. In quella stanza di ospedale, oltre all'onnipresente instancabile Massimo, di quella gente ce n'era ben poca.
Poco più di un anno fa, durante una delle mie consuete visite, mi rivelò il suo dolore nel non poter ricevere spesso Gesù sacramentato: il cappellano non lo visitava e gli altri preti non erano da meno. Chiesi al parroco della mia parrocchia romana don A. S. questa cortesia. Ne riportò un'impressione magnifica, tanto da rivelarmi in macchina due cose: l'accuratezza della sua confessione generale (che rivelava un altissimo senso della presenza di Dio nella sua vita) e la sua accorata raccomandazione per me, alla quale né lui né l'altro sono venuti meno.
Mi commosse quell'incontro. Posso rivelarne il contenuto. Mi prese per mano mentre me ne andavo e mi disse: “Mi raccomando, fatti santo, chè tutto il resto è una fesseria”. Gli risposi: “Monsignò, anche se me ne vado noi siamo sempre legati, saremo uniti per sempre!”. E mentre gli dicevo queste parole sincere (non lo so come mi siano sgorgate dall'anima) non potei trattenere le lacrime. Si commosse anche lui e con lui M. V. che mi accompagnava.
Devo dire che mi dispiaceva molto vederlo in quello stato di “spegnimento”, lui che era stato tanto attivo, instancabile nel suo servizio al Regno di Dio.
Allora compresi una cosa che non ho mai rivelato ad alcuno. Si era offerto vittima per la mia vocazione. La prova? Gli chiesi di pregare per me che mi avvicinavo alla professione religiosa. Sabato 23 settembre, quando Massimo gli ricordò che era il giorno dei miei voti, si riprese, sorrise; era felice e alzò le braccia al cielo, come in un Nunc dimittis. La sera stessa le sue condizioni peggioravano. È morto serenamente, come i santi, senza clamore, senza grandi parole. È morto dimesso, coi soli fedelissimi accanto, è morto come era vissuto.
È morto come aveva chiesto a Dio incessantemente negli ultimi anni.
Che io sappia non ci ha lasciato un testamento spirituale. Rendo grazie a Dio di aver avuto modo di registrare, fra le altre, una sua omelia, che il giorno delle sue esequie nella Cattedrale di Roma, il Cardinal Vicario ha citato come suo ultimo dono, patto, come una specie di testamento e raccomandazione:

“Quando siamo dinanzi ai misteri di Dio l'atteggiamento più consono al cristiano sarebbe quello del silenzio, dell'adorazione, dell'ascolto interiore della parola che lo Spirito Santo suggerisce. Il Signore, tuttavia, ha dato all'uomo la parola; e quindi si può esternare qualcosa come riflesso della parola di Cristo. Le limitazioni umane non sempre rendono efficace, piacevole, questa traduzione.
Parlando del sacerdozio vedo tre caratteristiche: il sacerdozio è un atto della divina predilezione, un atto misterioso perché non è legato alla perfezione dell'individuo e neanche alla perfezione del luogo dove l'individuo vive e opera.
Una predilezione che sorpassa i criteri umani e si spiega solo coi criteri di Dio: 'Dio ha voluto così'.
Il sacerdozio è una chiamata e un'opera di santificazione. Si tratta di fare ogni giorno giorno per giorno, momento per momento, la volontà di Dio, con amore, con zelo, con dedizione, instancabilmente. Il sacerdozio è una chiamata anche di riparazione. E questo è un punto che ci prende più da vicino. Se non avessimo questa chiamata il peso dei nostri difetti e dei nostri limiti sarebbe troppo pesante per le nostre anime. Mistero di riparazione perché Cristo Gesù facendosi uomo e morendo sulla croce ha riparato tutte le miserie dell'uomo di tutti i tempi.
Gesù crocifisso è Gesù riparatore.
Il sacerdote è chiamato ad essere riparatore per sé e per i propri fedeli. I fedeli aiutino il sacerdote a ringraziare a riparare per le sue debolezze e miserie umane. Non giudicare ma riparare!
In questa visione globale del sacerdozio pensiamo alla Vergine santa, che ha adempiuto una missione, per così dire sacerdotale, anche se il termine si usa in maniera impropria dal punto di vista sacramentale e giuridico (preservata dal peccato e arricchita di grazie, dolori e sofferenze, il cui culmine ai piedi della croce, compartecipe della missione riparatrice di Cristo. In quel momento il Signore ce l'ha data come Madre, eletta da Dio, artefice di santificazione, zelatrice somma della riparazione come Gesù la desidera.
Chiedete per me e per tutti i sacerdoti che siano consapevoli della divina predilezione, si sentano chiamati alla santificazione e riparino costantemente per sé e per tutto il popolo di Dio. Così sia!”.


La solitudine della Tua assenza è solo un mesto retaggio della mia confusione. Tu non sei lontano: mi sei accanto, mi benedici e mi accarezzi.consoli me e i tanti che Ti vollero bene. 
Da ora in avanti non sarò più povero, ma avrò un intercessore in cielo. Prega per me e per tutti. 
Ti voglio bene!

Il Tuo figliolo spirituale

per il link all'omelia e ad altri interventi

domenica 5 febbraio 2017

"Vojo canta' così ... fior de limone!" ... Riflessioni e sorrisi sul ritorno di Pasquino





Era da un po' che Pasquino taceva.

Chi è romano lo conosce bene. Chi sa la storia lo conosce meglio ancora. Una voce che nel corso dei secoli ha fatto spesso e volentieri compagnia alla polizia pontificia, al popolo e … al Papa. 

Devo dire che ho sorriso qualche giorno fa quando Pasquino ha scelto metodi più moderni ma ci ha salutato, ci ha detto la sua, ci ha fatto sentire che ancora vive. Questo compagno di viaggio ci rassicura circa la sua sopravvivenza e inquieta molti col suo dire. Eppure non c'è niente di più tradizionalmente romano di questo chiacchierone. Per secoli ha dato voce a chi voce non aveva ed è stato spesso usato, col suo fare satirico, come denuncia quieta di qualcosa che non andava. E dico “quieta” perché tipicamente romana. A Roma non si fa chiasso, non ci si inquieta, si vive sereni anche in mezzo alla bufera. Si sa che l'acqua sotto i ponti del Tevere scorre sempre. Tutto passa. “Nun te preoccupa'”.

“La sua voce è questo chiacchierone di pietra, sempre lui, Pasquino”, diceva nel film di Magni, Nell'anno del Signore, il prefetto di Roma che parlava con Cornacchia durante la sua ronda notturna: “Il popolo sembra che dorme … ma gli unici che dormono a Roma siamo noi che stiamo sempre svegli ...”.

Una levata di scudi, uno straccio di vesti …

Gente che inneggia alla sacralità del Papa e sui social fa un gran parlare contro Pasquino. Non sanno la storia, vogliono ancora le parrucche.

Purtroppo noi risentiamo ancora di quel “pregiudizio”, per così dire, papalino successivo agli eventi napoleonici prima e risorgimentali poi. La Chiesa soffriva guai e persecuzioni e il Santo Padre divenne ancora più santo, sia giustamente nel pensiero del popolo cristiano, sia realmente, e non si può negare. Ma spesso questa considerazione è sfociata in un sentimentalismo assai fuori luogo. “Chi tocca il Papa muore”, urlava in Piazza San Pietro l'Azione Cattolica negli anni del Concilio. Abbiamo avuto Papi santi e ancora ne avremo. Ma ridurre sempre tutto a un misticismo fuori luogo e a frasi ad effetto non serve a gran ché. Da che mondo è mondo e da che la Chiesa è Chiesa, le scelte di governo, le scelte decisionali del Papa sono sempre state oggetto di discussione, di confronto, di critica … e spesso di satira, come oggi. Non gettiamo fango su Pasquino! Gettare fango su di lui vuol dire coprire di ridicolo noi.

La levata di scudi dei papalini non ha senso. Qui non viene attaccato il magistero papale, né tanto meno il Papa come successore dell'apostolo Pietro … si scherza solamente (satira) sulle scelte di governo del capo-vicario della Chiesa visibile come organismo di società nel mondo. Io ci metto la mano sul fuoco e me la brucio: Pasquino parla solo di questioni temporali e non certo il suo intento era quello di danneggiare il Vicario di Cristo. L'infallibilità papale (Concilio Vaticano I), ricordiamolo, non riguarda le scelte di governo del Papa ma solamente le questioni di fede e di morale insegnate solennemente con l'autorità che deriva da mandato petrino, esercitato ex cathedra.

Cum grano salis bisogna ogni tanto ricorrere a quel sano pragmatismo romano ... 

Amici miei, non siamo, vi prego, “più papisti del Papa”! Facciamo parlare pure Pasquino, facciamoci una risata “alla romana”, sereni e viviamo serenamente.


“Nun je da' retta, Roma, Pietro lo sa, soride e te benedice uguale!” ...










per la celebre interpretazione di Pasquino, da parte di Nino Manfredi, cui ho fatto riferimento nell'articolo vedere il link di seguito ... 

Nino Manfredi ... Pasquino

E. O.
5 febbraio 2017
Sant'Agata

sabato 7 gennaio 2017

La festa di uno Sconosciuto. Riflessioni e analisi disincantate su fenomeni diffusi

La festa di uno Sconosciuto
Riflessioni e analisi disincantate su fenomeni diffusi

Con la solita fredda abitudine abbiamo assistito a un fenomeno che accade da tempo, mai esorcizzato per finto buonismo o anche per una tacita condiscendenza. A Natale e a Pasqua specialmente si avvistano in chiesa strani generi di cristiani, i così detti “natalini” e “pasqualini”. Si tratta di persone notoriamente allergiche all'odore della cera o al profumo dell'incenso, i quali proprio quando costretti dall'impellente stimolo di una morta tradizione, che nulla dice alla psicologia più profonda, o costretti dalla molestia di un parente, si trovano, loro malgrado, nelle navate di una chiesa, letteralmente “posati” su un banco, spesso con le gambe accavallate o con uno smartphone in mano, assistono a riti vuoti di significato. Assistono al ripetersi di vuote cerimonie senza senso, nell'attesa che tutto finisca il prima possibile. Altri, più educati, vanno in chiesa per ossequio a una tradizione che sa di poesia. La vita è poesia, ma se essa è superficiale ne deriva che superficiali poesiole avranno da essere gli eventi di Natale: la culla col Bambino, Verbo di Dio Incarnato, e le vicissitudini della Santa Famiglia. Poesiole che lasciano il tempo che trovano, data la velocità con la quale passano presto i giorni e i momenti di fine dicembre. Passato il tempo, passata la devozione.

E ... arrivederci a Pasqua, dove molti, più o meno impegnati nelle sacre rappresentazioni e via crucis viventi, si trovano catapultati in eventi di cui non comprendono il significato. Qualcuno che anche lo comprende di fatto lo irride. Molti di quelli che fanno rappresentazioni sceniche di tal genere, stanchi o scettici, dimenticano di fare una buona confessione e di partecipare alla messa di Pasqua, presi come sono dalle crapule che questi giorni si portano appresso.

Mi perdonino i miei tredici lettori, ma vedendo il rinnovarsi di queste malsane abutidini in questi giorni che a molti scivolano addosso come niente fosse, ho sentito il dovere di accendere un campanello d'allarme … per chi sente!

Il Natale è diventato un evento di consumo, di marketing et similia. Si fa festa. Ma perché si fa festa? E soprattutto: per chi si fa festa?

In un mondo dal pensiero liquido e dalla vita fatta di relazioni che rischiano di tendere al liquido o al virtuale si perdono di vista le motivazioni. E se mancano queste non si coglie il senso di quel che si fa. Ha senso festeggiare un evento prescindendo dal protagonista che ne è la causa scatenante ed efficiente? Come si fa a festeggiare il Natale?

Natale vuol dire nascita. La nascita di chi? Non ho mai assistito a un compleanno nel quale si va a casa del festeggiato e lo si ignora. Ma si mangia e si beve in suo nome! Si prendono ferie e si va in vacanza in nome di chi volutamente si lascia da parte. In un altro contesto potremmo dire che gli ospiti sono dei maleducati che andrebbero cacciati via in malo modo. Ma poiché si tratta di contesti smielati tutto accettiamo e tutto, poveri sempre più, giustifichiamo. Apprezzerei di più l'atteggiamento di chi dicesse di essere ateo o indifferente e andasse dal suo datore di lavoro e dire: Io voglio lavorare nei giorni delle festività religiose e fare lo straordinario la domenica: infatti non sono credente. Ma dove il pensiero è liquido e le motivazioni inesistenti o inconsistenti si arriva all'assurdo. Prendiamo motivo dalle feste religiose per fare quel comodo che ci pare. Seppur conveniente alla conta dei fatti questo modo di fare risulta incoerente.

Di tale incoerenza è ammalata la nostra Europa, o quel che ne rimane. Da continente morale di è trasformata in pascolo di banche e avventori. Scorribanda di massoni e volponi più o meno raffinati.

Et lux in tenebris lucet! Ma Natale viene a dirci che la luce (Cristo) splende fra le tenebre e queste non l'hanno vinta (Gv 1,5). Anche il ritmo del mondo sembra dirci lo stesso, con l'alba che disperde le tenebre e il sole che disperde il gelo. Quanto tempo dovrà ancora passare perché quel sole e quella luce che da duemila anni ci illuminano possano finalmente riscaldare il nostro cuore e muovere gli affetti e le intelligenze verso più pieni appagamenti, verso porti più sicuri e rifugi meno incerti?

La luce splende! Possono darsi da fare quanto vogliono i poteri forti per schiacciare quel bambino, per uccidere gli innocenti o per farne tacere gli araldi. Qualsiasi cosa facciano o pensino, perdendo i giorni e le notti per le loro trame nulla possono contro questa luce che si irradia. I ladri e gli assassini della notte possono indaffararsi quanto vogliono per nascondere nel buio e nell'ombra le loro trame: il sole che sorge le rivelerà e saranno sbugiardati. Le macchinazioni vengono alla luce e sono schiacciate dalla forza di quella abbagliante verità.

Le tenebre vorrebbero avvolgere la Chiesa e spesso riescono a coinvolgere nelle loro trame molti uomini di Chiesa, nonostante i costanti avvertimenti di Papa Francesco. In un mondo decadente la Chiesa non può che tendere alla decadenza, vivendo nel mondo, ma non volendo, almeno in teoria, abbracciare lo spirito del mondo. Toccato il fondo vedremo le luci dell'alba, che daranno ancora speranza alla nostra vita e luce alle nostre intelligenze; energie nuove! Di qua e di là danno conforto iniziative e idee nuove, capaci di ignorare le immondizie sparse volutamente in ogni dove, per riprendere la purezza e la incidenza dell'annuncio cristiano. In alto i nostri cuori! Il sole di Cristo illumina, riscalda e … libera! Quella luce è una persona; e parla a me e a te e chiede di essere accolta, per darti la vita eterna e rivelarti te stesso e il tuo destino eterno.

Non vi rivolgo l'augurio pagano di “buon anno”, ma vi auguro di riscoprire il più profondo senso dell'umanità propria di ognuno per essere illuminati, riscaldati e liberati da quella luce non intermittente che da duemila anni ci conforta e ci indica la via, Lui stesso.

1In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era in principio presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
16Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato”.