
Nel giorno degli Arcangeli un'anima rilucente di luce veniva portata in cielo fra i canti e le allegrezze angeliche!
Conobbi Mons. Giovanni
Battista Proja (Colli 1917 – Roma 2017), quando da ragazzo servivo
messa nella Chiesa di Sant'Antonio abate a Priverno con don Renato
Palleschi. Era canonico del Capitolo lateranense, esorcista e
predicatore indefesso.
La figura schiva e al
tempo stesso affabile di questo sacerdote, coi suoi abiti un poco
lisi e dimessi, attirava la mia attenzione. Ci mise poco a scoprire
il mio desiderio di consacrarmi a Dio. Veniva da noi per predicare
ritiri, quaresimali, per incontrare i gruppi di preghiera. Sapeva
tenere desta l'attenzione dei fedeli con esempi pratici legati in
amalgama con uno stile prettamente catechetico. Parole grosse o
sofismi altisonanti non gli appartenevano. Divenne presto il mio
confessore, la mia guida, mio padre, la spalla sulla quale ho pianto,
l'unico che ha sempre creduto in me e nella mia vocazione. Dopo gli
eventi spiacevoli che diedero un corso nuovo e indecifrabile alla mia
vita mi accolse in casa sua (quanto era intensa la sua vita di
preghiera, credo di non aver pregato mai così tanto come quando ero
con lui!) e, rompendo le mie resistenze, dettate dall'attendere
risoluzioni che non arrivavano e promesse che non si concretizzavano,
mi fece iscrivere, per obbedienza, alla Pontificia Università
Lateranense, per incominciare il corso teologico che poi avrei
continuato con profitto presso la Pontificia Università della Santa
Croce, sempre nella città eterna.
Nonostante gli impegni
che andavo assumendo, perché legati alla vita religiosa, ho cercato
di stargli accanto il più possibile, non solo negli eventi
straordinari ma nelle situazioni concrete e ordinarie della sua vita.
Mi recavo da lui per la confessione settimanale e mi occupavo del
riordino della stanza, dello studio e della cappella (l'ordine non
era il suo forte!). Alla sua scuola ho appreso una scuola di vita ed
ho conosciuto figure di santità nascoste tra le pieghe della storia
luminosa della Roma cattolica. Mi ha trasmesso il suo pallino per la
storia. Mi ha trasmesso l'amore per le cose di Dio, mi ha trasmesso
l'amore e la cura per le vocazioni, specie quando sono incomprese e
sofferte. Mi ha voluto tra i suoi discepoli, e di questo non cesserò
mai di rendere grazie al buon Dio. Lo accompagnavo dappertutto,
specie nelle giornate dei ritiri mensili predicati al suo gruppo di
preghiera in quel di Prossedi (LT), o a Roma nella ricerca e
nell'approfondimento, nelle ricorrenze e nelle devozioni legate a
quei santi di cui curava la causa di beatificazione. Sempre
affiancato dal fedelissimo domestico Massimo, che per lui era figlio,
infermiere, collaboratore devoto.
Sono incontri che ti
cambiano la vita! Sono le stelle luminose che in giornate grige sanno
illuminare i nostri passi verso un cielo luminoso.
Convinto della sua fama
di santità ho cercato di raccogliere, registrare e documentare ogni
suo intervento pubblico e ogni suo frutto di meditazione. Col tempo
vedrò di riordinare tutto e procedere a qualcosa di più concreto.
La sua età avanzata, la
sua precaria salute, la necessità di un'assistenza più specifica,
hanno suggerito un ricovero presso case di cura che potessero
sovvenire a quello che in casa non si poteva garantire. Gli acciacchi
dell'età vennero affiancati dai dolori della solitudine e
dell'indifferenza di coloro che erano stati gli aedi dell'ora della
gioia, in cerca di qualche piccola o grande affermazione personale
all'ombra del vegliardo. In quella stanza di ospedale, oltre
all'onnipresente instancabile Massimo, di quella gente ce n'era ben
poca.

Mi commosse
quell'incontro. Posso rivelarne il contenuto. Mi prese per mano
mentre me ne andavo e mi disse: “Mi raccomando, fatti santo, chè
tutto il resto è una fesseria”. Gli risposi: “Monsignò,
anche se me ne vado noi siamo sempre legati, saremo uniti per
sempre!”. E mentre gli dicevo queste parole sincere (non lo so come
mi siano sgorgate dall'anima) non potei trattenere le lacrime. Si
commosse anche lui e con lui M. V. che mi accompagnava.
Devo dire che mi dispiaceva molto
vederlo in quello stato di “spegnimento”, lui che era stato tanto
attivo, instancabile nel suo servizio al Regno di Dio.
Allora compresi una cosa
che non ho mai rivelato ad alcuno. Si era offerto vittima per la mia
vocazione. La prova? Gli chiesi di pregare per me che mi avvicinavo
alla professione religiosa. Sabato 23 settembre, quando Massimo gli
ricordò che era il giorno dei miei voti, si riprese, sorrise; era
felice e alzò le braccia al cielo, come in un Nunc dimittis.
La sera stessa le sue condizioni peggioravano. È morto serenamente,
come i santi, senza clamore, senza grandi parole. È morto dimesso,
coi soli fedelissimi accanto, è morto come era vissuto.
È
morto come aveva chiesto a Dio incessantemente negli ultimi anni.
Che
io sappia non ci ha lasciato un testamento spirituale. Rendo grazie a
Dio di aver avuto modo di registrare, fra le altre, una sua omelia,
che il giorno delle sue esequie nella Cattedrale di Roma, il Cardinal
Vicario ha citato come suo ultimo dono, patto, come una specie di
testamento e raccomandazione:

Parlando
del sacerdozio vedo tre caratteristiche: il sacerdozio è un atto
della divina predilezione, un atto misterioso perché non è legato
alla perfezione dell'individuo e neanche alla perfezione del luogo
dove l'individuo vive e opera.
Una
predilezione che sorpassa i criteri umani e si spiega solo coi
criteri di Dio: 'Dio ha voluto così'.
Il
sacerdozio è una chiamata e un'opera di santificazione. Si tratta di
fare ogni giorno giorno per giorno, momento per momento, la volontà
di Dio, con amore, con zelo, con dedizione, instancabilmente. Il
sacerdozio è una chiamata anche di riparazione. E questo è un punto
che ci prende più da vicino. Se non avessimo questa chiamata il peso
dei nostri difetti e dei nostri limiti sarebbe troppo pesante per le
nostre anime. Mistero di riparazione perché Cristo Gesù facendosi
uomo e morendo sulla croce ha riparato tutte le miserie dell'uomo di
tutti i tempi.
Gesù
crocifisso è Gesù riparatore.
Il
sacerdote è chiamato ad essere riparatore per sé e per i propri
fedeli. I fedeli aiutino il sacerdote a ringraziare a riparare per le
sue debolezze e miserie umane. Non giudicare ma riparare!

Chiedete
per me e per tutti i sacerdoti che siano consapevoli della divina
predilezione, si sentano chiamati alla santificazione e riparino
costantemente per sé e per tutto il popolo di Dio. Così sia!”.
La
solitudine della Tua assenza è solo un mesto retaggio della mia
confusione. Tu non sei lontano: mi sei accanto, mi benedici e mi
accarezzi.consoli me e i tanti che Ti vollero bene.
Da ora in avanti non sarò più povero, ma avrò un
intercessore in cielo. Prega per me e per tutti.
Ti voglio bene!
Il Tuo figliolo spirituale
per il link all'omelia e ad altri interventi