sabato 17 novembre 2018

Lex orandi, lex credendi: traduzioni o tradimenti?


Le ovvie conseguenze dell'ignoranza delle lingue classiche (nella lettera e nelle sfumature) e della malafede nei confronti dei Padri, degli antichi Scrittori e della Tradizione; unite a una buona dose di compiacenza con lo spirito mondano, che tanto ha detto e tanto ha fatto per l'abbassamento del livello della fede a semplice conoscenza e della carità di Dio e del prossimo a mera filantropia, possono portare a leggerezza e travisamenti riguardo anche alle cose più santamente date per certe e condivise. Per non parlare dell'influsso del metodo storico-critico usato indiscriminatamente, con la volontà di riuscire a piegare (e quindi tradire) addirittura le ipsissima verba D. N. J. C. al proprio uso e consumo, secondo il mutare dei tempi e delle circostanze col proprio capriccio per nulla soprannaturale. La soluzione? Continuare con l'uso delle editiones typicae e della liturgia antica. Onde evitare i travisamenti delle guide (cieche).
Tutto questo, sotto sotto, è frutto di una errata antropologia teologica, che tende sempre più alla eliminazione delle differenze e all'appiattimento dei concetti basilari della teologia e del catechismo. Mi spiego meglio: affermare che Dio dona la pace agli uomini che ama, cioè a tutti, piace più del fatto che Egli doni la pace agli uomini di buona volontà, cioè tutti coloro che lo cercano con cuore sincero e, avendo ascoltato la sua voce lo conoscono, lo amano e quindi lo servono. Alle orecchie dei contemporanei certe espressioni suonano meglio: sanno di inclusione, di differenze che non hanno più ragion d'essere e di quell'irenismo che tanto piace a chi non ha niente a che fare con la nostra santa fede. Parole belle, ma di significati più sfumati, passibili di interpretazioni più leggere e libere, che fanno sorpassare di gran lunga i tempi in cui si diceva la necessità dell'impegno dell'uomo sostenuto dalla grazia di Dio nella vita cristiana. Sembra di poter parafrasare il sola fides, sola gratia, di nefasta memoria transalpina.
Chi non è addetto ai lavori potrebbe accusarmi di complottismo o di malafede nei confronti di chi ha compreso adesso quello che per secoli nessuno aveva capito (!). O potrebbe giustamente dirmi di smetterla con queste questioni di lana caprina che assolutamente non cambiano niente, anzi migliorano (?) l'intelligenza delle cose di Dio.
Queste, si potrebbe obiettare, sono argomentazioni che derivano da interpretazioni (che possono essere) personali e soggettive.

13 καὶ (e) ἐξαίφνης (subito) ἐγένετο (apparve) σὺν τῷ ἀγγέλῳ (con l'angelo) πλῆθος (una moltitudine) στρατιᾶς οὐρανίου (dell'esercito del cielo) αἰνούντων τὸν θεὸν (che lodava Dio) καὶ λεγόντων (e che diceva:)·14Δόξα (gloria) ἐν ὑψίστοις (nei cieli altissimi) θεῷ (a Dio) καὶ ἐπὶ γῆς (e sulla terra) εἰρήνη (pace) ἐν ἀνθρώποις (fra gli uomini) εὐδοκίας (di buona volontà).

Εὐδοκία, sostantivo femminile che indica:
1) volontà, scelta;
1a) buona volontà, intenzione gentile, benevolenza;
  1. delizia, piacere, soddisfazione;
  2. desiderio.

“Eudokìas” è un genitivo singolare ed è riferito a una qualità degli uomini chiamati in causa, qualità propria (genitivo) "di buona volontà", non principalmente gli uomini “della benevolenza” ("che Dio ama"). A livello di traduzione ci potrebbe anche stare. Ma se teniamo presente la sapienza di San Gerolamo e la sua profonda conoscenza dei testi, non possiamo assolutamente dubitare della sua buona fede e della sua competenza. Per non mettere in causa anche la costante Tradizione dei Padri, dei Dottori e della liturgia. Tutti costoro hanno sempre sbagliato? Nessuno si è accorto prima di adesso dei refusi? Duemila anni sono tanti e chi era più vicino alla comprensione della lingua e dei testi erano coloro a essi contemporanei o immediatamente più vicini. Non certo noi.

Quella del Gloria è una modifica che può portare disorientamento anche per via dell'Editio typica (e.typ.), che comunque resta “bonae voluntatis”. Si creerà la stessa differenza fra “pro vobis et pro multis” (diversa dal messale vernacolare italiano) e del “Domine, non sum dignus”, che nella e.typ. cita le parole del centurione ma nella traduzione italiana riporta: “non son degno di partecipare alla tua mensa” per “non sum dignus ut intres sub tectum meum”. Molto distante.

La modifica del Gloria verte su una sfumatura di significato (sebbene possa prestare il fianco a più grandi interpolazioni teologiche). Quella della penultima domanda del Pater noster è un travisamento che non riguarda sfumature ma questioni più profonde. 


«Dal testo originale greco: “καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν”. La parola di interesse è “εἰσενέγκῃς” (eisenekes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenekes” è l’aoristo infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale “eis” (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da “phérein” (‘portare’) che significa esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo “peirasmón” (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo “eis”, che non è se non il termine già visto, usato però qui come preposizione.
Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione in, eis può reggere solo l’accusativo.
Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.
Il latino “in-ducere”, molto opportunamente usato da San Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al greco “eisphérein”; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo “temptationem”, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco (rendere “eispherein” con “inducere” e “peirasmon” con “temptationem”, potrebbe quasi corrispondere almeno idealmente a una sorta di traduzione pedissequa. L'aver tradotto in italiano: “non ci indurre in tentazione” è una esatta traslitterazione, una sorta di latinismo, ndr).
Quanto poi all’italiano “indurre in”, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.
Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione è fuorviante, e oserei dire anche grottesca»
(fin qui Don Nicola Bux).

Tutto questo in virtù della presunta autonomia delle Conferenze episcopali locali rispetto alla Sede apostolica, alla quale comunque (sebbene pro forma) sono tenuti a inviare le proposte per l'approvazione e la divulgazione delle novità. Sarò un nostalgico del centralismo romano di stampo preconciliare, ma almeno in quel modo (non sempre condivisibile) si garantiva l'oggettività della norma e la sicurezza della dottrina. In questo momento mi informano che in Francia già è stata cambiata da un anno la traduzione: la stessa proposta adesso dai vescovi italiani.

I termini sono specchio di quel che si pensa. E se si cambia la lex orandi

martedì 13 marzo 2018

Dalle anime alle mura: ricostruire le anime per il Regno di Dio ...

LA GIORNATA SACERDOTALE DI DON RAFFAELE VIGILANTE, sdv

Ieri sera, lunedì 12 marzo, intorno alle 19,00 ritornava alla Casa del Padre il Rev. Don Raffaele Vigilante. Direttore e parroco a Ribera, ad Altavilla Silentina, direttore dell'Istituto di Anagni, parroco a Cava de'Tirreni, parroco a Monteroduni e poi nuovamente ad Altavilla. 

È morto per le complicazioni legate a una malattia che, controllata, è degenerata negli ultimi mesi, quasi fulmineamente. Parlare di Don Vigilante è parlare della seconda generazione dei Vocazionisti, è parlare della ricostruzione post bellica, della generazione dei sacrifici, delle costruzioni, della forgia delle anime prima che degli edifici. Di lui ricordo le poche parole, misurate e puntuali, le prediche asciutte, senza i fronzoli della retorica, fatti concreti di vita vissuta, nell'esperienza di chi sapeva andare all'osso. 

Non immaginavo una fine così repentina. Mi stimava molto. La mia perseveranza è anche frutto suo, del suo esempio sacerdotale e della sua volontà di accompagnarmi per un tratto del mio viaggio verso la realizzazione della mia vocazione. Si sapeva fare compagno di viaggio. Di lui ho tanti e bellissimi ricordi che conservo nel cuore e non dirò mai facilmente. Fatti intimi che risvegliano in me una irrefrenabile nostalgia. Il velo della tristezza è tuttavia messo da parte dalla considerazione di una sofferenza che ne avrebbe provato altrimenti troppo il fisico e forse l'anima. Dio ha voluto diversamente.

Vi voglio ricordare sorridente, seduto accanto a me sul balcone di Altavilla, nell'orto insieme a me, impolverati, sull'altare delle chiese più povere, nelle corsie degli ambulatori mentre Vi accompagnavo per le visite, accanto a me nella macchina, nel confessionale, nella luce primaverile del Cilento in fiore.

Tu sei e sarai sempre con me. Ti sento vicino e so che mi sarai vicino sull'altare in un sacrificio perenne, il mio insieme a quello di Cristo, sulla patena …
Giorgio? Pace e bene!
Il Convento di Altavilla

I funerali domani alle 11,00 nella chiesa del Convento di Altavilla. La salma sarù tumulata nel cimitero di Pianura (Napoli).