Le ovvie conseguenze
dell'ignoranza delle lingue classiche (nella lettera e nelle
sfumature) e della malafede nei confronti dei Padri, degli antichi
Scrittori e della Tradizione; unite a una buona dose di compiacenza
con lo spirito mondano, che tanto ha detto e tanto ha fatto per
l'abbassamento del livello della fede a semplice conoscenza e della
carità di Dio e del prossimo a mera filantropia, possono portare a
leggerezza e travisamenti riguardo anche alle cose più santamente
date per certe e condivise. Per non parlare dell'influsso del metodo
storico-critico usato indiscriminatamente, con la volontà di
riuscire a piegare (e quindi tradire) addirittura le ipsissima
verba D. N. J. C. al proprio uso e consumo, secondo il mutare dei
tempi e delle circostanze col proprio capriccio per nulla
soprannaturale. La soluzione? Continuare con l'uso delle editiones
typicae e della liturgia antica. Onde evitare i travisamenti
delle guide (cieche).
Tutto questo, sotto
sotto, è frutto di una errata antropologia teologica, che tende
sempre più alla eliminazione delle differenze e all'appiattimento
dei concetti basilari della teologia e del catechismo. Mi spiego
meglio: affermare che Dio dona la pace agli uomini che ama,
cioè a tutti, piace più del fatto che Egli doni la pace agli
uomini di buona volontà, cioè tutti coloro che lo cercano con
cuore sincero e, avendo ascoltato la sua voce lo conoscono, lo amano
e quindi lo servono. Alle orecchie dei contemporanei certe
espressioni suonano meglio: sanno di inclusione, di differenze che
non hanno più ragion d'essere e di quell'irenismo che tanto piace a
chi non ha niente a che fare con la nostra santa fede. Parole belle,
ma di significati più sfumati, passibili di interpretazioni più
leggere e libere, che fanno sorpassare di gran lunga i tempi in cui
si diceva la necessità dell'impegno dell'uomo sostenuto dalla grazia
di Dio nella vita cristiana. Sembra di poter parafrasare il sola
fides, sola gratia, di nefasta memoria transalpina.
Chi non è addetto ai
lavori potrebbe accusarmi di complottismo o di malafede nei confronti
di chi ha compreso adesso quello che per secoli nessuno aveva capito
(!). O potrebbe giustamente dirmi di smetterla con queste questioni
di lana caprina che assolutamente non cambiano niente, anzi
migliorano (?) l'intelligenza delle cose di Dio.
Queste, si potrebbe
obiettare, sono argomentazioni che derivano da interpretazioni (che
possono essere) personali e soggettive.
13
καὶ
(e) ἐξαίφνης (subito) ἐγένετο (apparve) σὺν τῷ
ἀγγέλῳ (con l'angelo) πλῆθος (una moltitudine)
στρατιᾶς οὐρανίου (dell'esercito del cielo)
αἰνούντων τὸν θεὸν (che lodava Dio) καὶ
λεγόντων (e che diceva:)·14Δόξα
(gloria) ἐν ὑψίστοις (nei cieli altissimi) θεῷ (a
Dio) καὶ ἐπὶ γῆς (e sulla terra) εἰρήνη (pace) ἐν
ἀνθρώποις (fra gli uomini) εὐδοκίας (di buona
volontà).
Εὐδοκία,
sostantivo femminile che indica:
1)
volontà, scelta;
1a)
buona volontà, intenzione gentile, benevolenza;
- delizia, piacere, soddisfazione;
- desiderio.

Quella del Gloria
è una modifica che può portare disorientamento anche per via
dell'Editio typica (e.typ.), che comunque resta “bonae voluntatis”.
Si creerà la stessa differenza fra “pro vobis et pro multis”
(diversa dal messale vernacolare italiano) e del “Domine, non sum
dignus”, che nella e.typ. cita le parole del centurione ma nella
traduzione italiana riporta: “non son degno di partecipare alla tua
mensa” per “non sum dignus ut intres sub tectum meum”. Molto
distante.
La modifica del Gloria
verte su una sfumatura di significato (sebbene possa prestare il fianco a più grandi interpolazioni teologiche). Quella della penultima domanda
del Pater noster è un travisamento che non riguarda sfumature
ma questioni più profonde.
«Dal
testo originale greco: “καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς
εἰς πειρασμόν”. La parola di interesse è “εἰσενέγκῃς”
(eisenekes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed
invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i
cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenekes” è l’aoristo
infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale
“eis” (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa
direzione) e da “phérein” (‘portare’) che significa
esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è
legato al sostantivo “peirasmón” (‘prova, tentazione’)
mediante un nuovo “eis”, che non è se non il termine già visto,
usato però qui come preposizione.
Tale preposizione regge
naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il
“complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto
accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione in, eis
può reggere solo l’accusativo.
Come si vede, dunque, il
costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia
sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce,
per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non
abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un
processo essenzialmente statico.
Il latino “in-ducere”,
molto opportunamente usato da San Girolamo nella Vulgata (traduzione
della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel
IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e
‘ducere’ (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al
greco “eisphérein”; e naturalmente è seguito da un altro in
(questa volta preposizione) e dall’accusativo “temptationem”,
con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco (rendere
“eispherein” con “inducere” e “peirasmon” con
“temptationem”, potrebbe quasi corrispondere almeno idealmente a
una sorta di traduzione pedissequa. L'aver tradotto in italiano: “non
ci indurre in tentazione” è una esatta traslitterazione, una sorta
di latinismo, ndr).
Quanto poi all’italiano
“indurre in”, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo
latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.
Dunque la traduzione più
giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata:
“non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione è
fuorviante, e oserei dire anche grottesca»
(fin
qui Don Nicola Bux).
Tutto questo in virtù
della presunta autonomia delle Conferenze episcopali locali rispetto
alla Sede apostolica, alla quale comunque (sebbene pro forma)
sono tenuti a inviare le proposte per l'approvazione e la
divulgazione delle novità. Sarò un nostalgico del centralismo
romano di stampo preconciliare, ma almeno in quel modo (non sempre
condivisibile) si garantiva l'oggettività della norma e la sicurezza
della dottrina. In questo momento mi informano che in Francia già è
stata cambiata da un anno la traduzione: la stessa proposta adesso
dai vescovi italiani.
I termini sono specchio
di quel che si pensa. E se si cambia la lex orandi …