Un giorno di cinque anni fa, di questi
tempi, arrivai a Latina. Non conoscevo nessuno o quasi. Mi presentai
alla Parrocchia alla quale il Vescovo mi aveva assegnato. A dire la
verità non sapevo bene neanche dove fosse; sapevo tuttavia che era a
Latina. A quei tempi ero ancora troppo povero per il navigatore.
Arrivai. Trovai un sacco di bambini che attendevano il catechismo.
Entrai in chiesa e mi inginocchiai per qualche minuto. Arriva un
sacerdote: quello lo conoscevo, almeno di fama. Mi si accostò e si
presentò. Sapevo che era di Sezze, l'antica sede vescovile
confinante con la mia (Priverno), che nel corso della storia non
c'era stata mai troppo amica. Pur tuttavia quella vicinanza fra i due
paesi mi allargò il cuore e mi fece tirare un sospiro di sollevo.
Avevo un conterraneo più grande di me di quasi settant'anni. Mi
stimò fin da subito, anche quando gli eventi mi portarono altrove.
Una lettera, una telefonata, una visita … trovava sempre il modo
per farsi presente.

Questo e molto altro era Monsignor Renato
Carlo Di Veroli, vicario episcopale, vicario generale ... parroco, sacerdote, cultore saggio, fratello, amico, don Renato! Una persona che sapeva farsi presente,
andare incontro al suo interlocutore, quello che la Provvidenza gli
metteva davanti, senza pregiudizi e senza il timore di doversi
confrontare con chi potrebbe non comprenderti o osteggiarti. Posso
dire senza enfasi che l'incontro più importante, la conoscenza più
significativa (non me ne vogliano i miei amici latinensi!) è stata
quella. Un incontro che mi ha segnato, un'amicizia che mi ha
insegnato tanto. Ho scritto bene: con don Renato eravamo amici. Egli
era capace di farsi amico dei suoi figlioli. Sapeva cosa dire e
quando era il caso di tacere. Sapeva anche difendere dalle
ingiustizie chi veniva ferito o vilipeso. Con quel garbo e quella
sapienza che viene (non sempre) con l'età. Con la stima dei vescovi
e la fiducia dei potenti, con le mani e il cuore sempre protesi al
popolo!

Non conoscevo, quando arrivai,
assolutamente nulla o quasi della storia religiosa di Latina, città
assolutamente distante, a livello sociale e di sensibilità storica,
dalla mia amata Priverno (che vanta origini pre-romane). Mi donò il
suo libro. E lì io scoprii la mia Parrocchia. Immaginavo volti e
situazioni … e alla luce di quel passato comprendevo il presente.
Stimavo quei protagonisti e pensavo che i pionieri non furono solo
quelli della prima ora o narrati dalle cronache. Pensai che don
Renato assomigliava neanche poco a quell'altro setino (stavolta di
adozione) che fu abate e santo, Lidano d'Antena. Questi venne dalle
sue tranquillità, da quel di Montecassino a rifondare quel che era
in rovina; venne a “bonificare le anime” (per usare
un'espressione di un altro setino, mio amico e giornalista). Anche
don Renato venne a bonificare e anime, a confortare, edificare,
mantenere, tramandare e sorvegliare a che lupi rapaci non venissero a
distruggere e sradicare. Rimase come un vegliardo a guardare a che
nulla andasse perduto. A perpetuare la memoria; di cose antiche che
spiegano il presente: senza di quelle non capiamo nulla, neanche chi
siamo.
In cerca di volti … sempre, anche
quando l'età lo ha costretto a ritirarsi in casa. Incontri, parole,
gesti, cuore a cuore, che rimarranno per sempre scolpiti nel mio
cuore e, spero, in quelli che saranno i miei atti sacerdotali.

Questa la mia testimonianza, il mio
tributo dovuto a don Renato. All'amico, alla guida, al compagno di
viaggio. Sono questi i testimoni che ci fanno capire che ne vale la
pena, che non si soffre mai troppo a causa del Regno e che
sull'altare si sta appesi alla croce insieme a Cristo.
Le mie parole sono vere. Chi mi conosce
sa che non sono troppo avvezzo agli elogi, né per me né per gli
altri. Ma qui emerge il dovere di giustizia.
Se devo essere sincero faccio molta
difficoltà a pensare una Latina senza don Renato!
Ma egli non se n'è andato! Rimane il
suo ricordo in ciò che ci ha trasmesso e negli insegnamenti che ci
ha donato, negli ideali in cui credeva e nel modo di edificare.
Quel mio amico giornalista ha scritto,
nel suo ricordo, che don Renato gli disse di sì mentre gli altri
erano impegnati. E lui sapeva bene a che si riferiva (qui: http://www.latinaquotidiano.it/quando-don-renato-mi-disse-si-mentre-gli-altri-erano-impegnati/).

Non si negava, sapeva di essere chiamato a una missione superiore,
che trascende gli uomini appunto per servire l'uomo e non gli uomini,
in mille faccende affaccendati. Sapeva qual era la sua missione, una
missione che non gli apparteneva, che lo sorpassava, lo prescindeva …
ma lo riguardava e lo immergeva pienamente nell'ideale sacerdotale.
"Il valore di un uomo - dice la Sacra Scrittura - si riconosce nel momento della morte". Quanta saggezza nella tua vita; quanta saggezza nella morte! Sobrietà e compostezza ...
Adesso raccoglie il premio delle sue
fatiche e invoca per noi quella benedizione che noi invochiamo per
lui. Ancora su di noi quel segno di benedizione e quel tuo caro
sorriso rassicurante. “Avanti, coraggio!”. E così sia!