giovedì 30 maggio 2019

Chiesa santa e santificatrice


 Alcune riflessioni sulla scorta dell'ecclesiologia paradossale di H. De Lubac 1 

L'attualità di alcune considerazioni, emergenti soprattutto dalla lettura di Paradosso e mistero della Chiesa, Meditazione sulla Chiesa e Cattolicismo2, alcune opere della vasta produzione di Henri de Lubac (Cambrai, 20 febbraio 1896 – Parigi, 4 settembre 1991), accende delle luci in grado di ravvivare la riflessione ecclesiologica di coloro che vivono in questa particolarissima congiuntura storica.
La Chiesa è in crisi; ma essa non può essere in crisi: sono gli uomini di Chiesa che lo sono, smarriti nelle derive di un cristianesimo a basso costo e nella corsa sfrenata verso quello che di più basso c'è nel mondo, ammaliati e malati dallo spiritus mondanitatis, lontani dalla sequela della divina vocazione, confusi da un falso cristianesimo; e seppure rischiano di offuscare la bellezza della Sposa di Cristo, tuttavia il volto della Vergine-Madre-Sposa è sempre rifulgente della bellezza che trae dal volto di Cristo suo Sposo, che le dona di generare continuamente nuovi figli nel suo grembo prolifico nello Spirito Santo mediante il Battesimo per la gloria del Padre.
Mistero complesso (complexus, misto), quello della Chiesa, mistero che affascina eppure stordisce. È complesso proprio perché misto: peccatori e santi convivono generando una continua lotta fra il peccato e la grazia, fra la luce e le tenebre, l'ombra e lo splendore.

La Chiesa, Corpo mistico di Cristo vivo, è santa e santificatrice (e non santa e peccatrice). Se non fosse santificatrice non potrebbe essere tramite della grazia che ci giunge per i meriti di Cristo.
È santa non per virtù propria (“Non guardare ai nostri peccati”) ma per la santità del suo Fondatore che la rigenera continuamente mediante il suo Spirito e la abbevera alle fonti della salvezza per la generazione spirituale dei figli di Dio. Essa santifica per mezzo dei sacramenti e del vangelo: il sangue e l'acqua che discendono dalla croce di Cristo la santificano e rinnovano della sua perenne giovinezza.
Ma attenzione: bisogna sempre tener presente che la Chiesa è santa e santificatrice costituita da peccatori. Sono questi coloro che devono essere santificati. Se è vero, come è vero, che la Chiesa è santa (santo è il suo Fondatore, santo è il fine per il quale l'ha creata, santi sono la maggior parte dei suoi membri, e non solo nella gloria) è vero anche che i suoi membri sono tutti peccatori chiamati alla santità. Coloro che hanno già risposto all'invito della grazia sono santi, gli altri non lo sono ancora, essendo chiamati alla conversione. Da notare: per santi non si intendono gli impeccabili ma coloro che con il loro cammino di fede illuminano la Chiesa e fanno sì che essa mostri più chiaramente la bellezza della santità, segno della bellezza che traspare radiosa dal volto di Cristo. Tutti i membri della Chiesa sono, quindi, peccatori: peccatori convertiti, in stato di conversione, o ancora giacenti nel peccato. Ma tutti peccatori, in quanto sono l'oggetto della santificazione che la Chiesa è chiamata e abilitata a propagare.
La Chiesa di Cristo, quindi, è santa ma contiene nel suo seno anche peccatori; è questo il paradosso. Romano Guardini parla di opposizioni polari: la grazia e la libertà, ad esempio, che si oppongono ma non sono opposte (opposizione apparente). Altra opposione: penitenza e rinnovamento perché tutti i fedeli sono peccatori. Il termine fedeli deriva da fides: fede e fedeltà. La Chiesa è fedele al Signore perché non ha mai voluto perdere la fede (communio sacramentalis et communio sanctorum). De Lubac preferisce parlare per coppie: evidenzia le tre dimensioni della Chiesa: visibile-gerarchica, invisibile-mistica3, escatologica. Le prime due nella storia, l'altra alla fine dei tempi, quando questo mistero complesso (Corpus Christi mixtum) si manifesterà in tutta la sua bellezza.
Mezzi principali per la santificazione del popolo di Dio (cui appartengono tutti, gerarchia e laici) sono i sacramenti, mezzi efficaci della grazia che traggono la loro efficacia proprio dall'umanità di Cristo crocifisso (San Tommaso). Senza di questi mezzi imprescindibili l'opera della santifificazione universale non si compie. Le vie del Signore sono infinite, è vero, ma per quanto possiamo saperne noi (in quanto la Verità stessa, Gesù Cristo benedetto, ce lo ha rivelato), la giustificazione di Cristo può compiersi nella assoluta libertà che compete all'Autore della legge stessa, ma ordinariamente dobbiamo ritenere che la Grazia segue i canali che essa stessa ha scelto e usato con efficacia.

La Chiesa è mia madre: mi ha trasmesso tutto, la Chiesa è mia madre. Sì, la Chiesa, tutta la Chiesa, quella delle generazioni passate, che m’hanno trasmesso la vita, i suoi insegnamenti, i suoi esempi, le sue abitudini, il suo amore – e quella di oggi; tutta la Chiesa; non solamente la Chiesa ufficiale, o la Chiesa docente, o come diciamo la Chiesa gerarchica, quella che detiene le chiavi che le ha affidato il Signore, ma in senso più largo, più semplice, «la Chiesa vivente »: quella che lavora e prega, che agisce e contempla, che ricorda e cerca; la Chiesa che crede, spera, ama; che nelle mille situazioni dell’esistenza tesse fra i suoi membri legami visibili e invisibili; la Chiesa degli umili, vicini a Cristo: quella specie di armata segreta che viene reclutata da ogni parte, che perdura anche nelle epoche di decadenza, che si dedica, si sacrifica, senza idea di rivolta e nemmeno di riforma, che risale incessantemente la china della nostra greve natura, che testimonia così nel silenzio come il Vangelo sia sempre fecondo e il Regno sia già in mezzo a noi” (Paradosso e mistero della Chiesa, p.4). “I rimproveri li sento tutti, mi rimbombano nelle orecchie. Non tutti sono senza fondamento. Se i miei occhi non sempre li vedono è perché non sono ancora sensibile”.

La Chiesa non è la somma dei numeri ma la totalità di Cristo-Capo. L'uomo deve entrare nel Corpo di Cristo (mistico-ecclesiale) per entrare con lui nel seno (regno) del Padre.
Entrare nella Chiesa (non solo materialmente) non è tradire la mia cultura ma ritrovare la mia identità.

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1La Nouvelle Theologie, al centro di un intensa analisi e ripetute giuste e doverose segnalazioni da parte del Sant'Uffizio non rientra specificamente nella mia formazione neotomista e quindi neoscolastica. La lettura di alcuni testi di De Lubac mi ha suggerito nuove piste per la mia riflessione ecclesiologica per nulla in contrasto con la manualistica, sebbene vadano lette coi dovuti distinguo. De Lubac fa ricorso continuamente ai Padri e ai Dottori della Chiesa. Da questi studi ho ricavato grande vantaggio. Altri autori della Nuovelle Theologie non mostrano altrettanta chiarezza né i loro scritti meritano grande stima.
2H. de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, Jaka Book, Milano 2017; Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, Jaka Book, Milano; Paradosso e mistero della Chiesa, Jaka Book, Milano 2017. I volumi fanno parte dell'opera omnia pubblicata nella sezione Chiesa da Jaka Book in collaborazione con l'Istituto Teologico di Lugano.
3Qui occorre notare che bisogna sempre evitare una nettissima distinzione fra una Chiesa visibile e una invisibile, come vorrebbero invece i luterani. Per usare i termini ed evitare nel contempo fraintendimenti o accostamenti ai “transalpini” il Nostro pone accanto all'aggettivo invisibile il termine mistica.

sabato 17 novembre 2018

Lex orandi, lex credendi: traduzioni o tradimenti?


Le ovvie conseguenze dell'ignoranza delle lingue classiche (nella lettera e nelle sfumature) e della malafede nei confronti dei Padri, degli antichi Scrittori e della Tradizione; unite a una buona dose di compiacenza con lo spirito mondano, che tanto ha detto e tanto ha fatto per l'abbassamento del livello della fede a semplice conoscenza e della carità di Dio e del prossimo a mera filantropia, possono portare a leggerezza e travisamenti riguardo anche alle cose più santamente date per certe e condivise. Per non parlare dell'influsso del metodo storico-critico usato indiscriminatamente, con la volontà di riuscire a piegare (e quindi tradire) addirittura le ipsissima verba D. N. J. C. al proprio uso e consumo, secondo il mutare dei tempi e delle circostanze col proprio capriccio per nulla soprannaturale. La soluzione? Continuare con l'uso delle editiones typicae e della liturgia antica. Onde evitare i travisamenti delle guide (cieche).
Tutto questo, sotto sotto, è frutto di una errata antropologia teologica, che tende sempre più alla eliminazione delle differenze e all'appiattimento dei concetti basilari della teologia e del catechismo. Mi spiego meglio: affermare che Dio dona la pace agli uomini che ama, cioè a tutti, piace più del fatto che Egli doni la pace agli uomini di buona volontà, cioè tutti coloro che lo cercano con cuore sincero e, avendo ascoltato la sua voce lo conoscono, lo amano e quindi lo servono. Alle orecchie dei contemporanei certe espressioni suonano meglio: sanno di inclusione, di differenze che non hanno più ragion d'essere e di quell'irenismo che tanto piace a chi non ha niente a che fare con la nostra santa fede. Parole belle, ma di significati più sfumati, passibili di interpretazioni più leggere e libere, che fanno sorpassare di gran lunga i tempi in cui si diceva la necessità dell'impegno dell'uomo sostenuto dalla grazia di Dio nella vita cristiana. Sembra di poter parafrasare il sola fides, sola gratia, di nefasta memoria transalpina.
Chi non è addetto ai lavori potrebbe accusarmi di complottismo o di malafede nei confronti di chi ha compreso adesso quello che per secoli nessuno aveva capito (!). O potrebbe giustamente dirmi di smetterla con queste questioni di lana caprina che assolutamente non cambiano niente, anzi migliorano (?) l'intelligenza delle cose di Dio.
Queste, si potrebbe obiettare, sono argomentazioni che derivano da interpretazioni (che possono essere) personali e soggettive.

13 καὶ (e) ἐξαίφνης (subito) ἐγένετο (apparve) σὺν τῷ ἀγγέλῳ (con l'angelo) πλῆθος (una moltitudine) στρατιᾶς οὐρανίου (dell'esercito del cielo) αἰνούντων τὸν θεὸν (che lodava Dio) καὶ λεγόντων (e che diceva:)·14Δόξα (gloria) ἐν ὑψίστοις (nei cieli altissimi) θεῷ (a Dio) καὶ ἐπὶ γῆς (e sulla terra) εἰρήνη (pace) ἐν ἀνθρώποις (fra gli uomini) εὐδοκίας (di buona volontà).

Εὐδοκία, sostantivo femminile che indica:
1) volontà, scelta;
1a) buona volontà, intenzione gentile, benevolenza;
  1. delizia, piacere, soddisfazione;
  2. desiderio.

“Eudokìas” è un genitivo singolare ed è riferito a una qualità degli uomini chiamati in causa, qualità propria (genitivo) "di buona volontà", non principalmente gli uomini “della benevolenza” ("che Dio ama"). A livello di traduzione ci potrebbe anche stare. Ma se teniamo presente la sapienza di San Gerolamo e la sua profonda conoscenza dei testi, non possiamo assolutamente dubitare della sua buona fede e della sua competenza. Per non mettere in causa anche la costante Tradizione dei Padri, dei Dottori e della liturgia. Tutti costoro hanno sempre sbagliato? Nessuno si è accorto prima di adesso dei refusi? Duemila anni sono tanti e chi era più vicino alla comprensione della lingua e dei testi erano coloro a essi contemporanei o immediatamente più vicini. Non certo noi.

Quella del Gloria è una modifica che può portare disorientamento anche per via dell'Editio typica (e.typ.), che comunque resta “bonae voluntatis”. Si creerà la stessa differenza fra “pro vobis et pro multis” (diversa dal messale vernacolare italiano) e del “Domine, non sum dignus”, che nella e.typ. cita le parole del centurione ma nella traduzione italiana riporta: “non son degno di partecipare alla tua mensa” per “non sum dignus ut intres sub tectum meum”. Molto distante.

La modifica del Gloria verte su una sfumatura di significato (sebbene possa prestare il fianco a più grandi interpolazioni teologiche). Quella della penultima domanda del Pater noster è un travisamento che non riguarda sfumature ma questioni più profonde. 


«Dal testo originale greco: “καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν”. La parola di interesse è “εἰσενέγκῃς” (eisenekes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenekes” è l’aoristo infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale “eis” (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da “phérein” (‘portare’) che significa esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo “peirasmón” (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo “eis”, che non è se non il termine già visto, usato però qui come preposizione.
Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione in, eis può reggere solo l’accusativo.
Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.
Il latino “in-ducere”, molto opportunamente usato da San Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al greco “eisphérein”; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo “temptationem”, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco (rendere “eispherein” con “inducere” e “peirasmon” con “temptationem”, potrebbe quasi corrispondere almeno idealmente a una sorta di traduzione pedissequa. L'aver tradotto in italiano: “non ci indurre in tentazione” è una esatta traslitterazione, una sorta di latinismo, ndr).
Quanto poi all’italiano “indurre in”, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.
Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione è fuorviante, e oserei dire anche grottesca»
(fin qui Don Nicola Bux).

Tutto questo in virtù della presunta autonomia delle Conferenze episcopali locali rispetto alla Sede apostolica, alla quale comunque (sebbene pro forma) sono tenuti a inviare le proposte per l'approvazione e la divulgazione delle novità. Sarò un nostalgico del centralismo romano di stampo preconciliare, ma almeno in quel modo (non sempre condivisibile) si garantiva l'oggettività della norma e la sicurezza della dottrina. In questo momento mi informano che in Francia già è stata cambiata da un anno la traduzione: la stessa proposta adesso dai vescovi italiani.

I termini sono specchio di quel che si pensa. E se si cambia la lex orandi

martedì 13 marzo 2018

Dalle anime alle mura: ricostruire le anime per il Regno di Dio ...

LA GIORNATA SACERDOTALE DI DON RAFFAELE VIGILANTE, sdv

Ieri sera, lunedì 12 marzo, intorno alle 19,00 ritornava alla Casa del Padre il Rev. Don Raffaele Vigilante. Direttore e parroco a Ribera, ad Altavilla Silentina, direttore dell'Istituto di Anagni, parroco a Cava de'Tirreni, parroco a Monteroduni e poi nuovamente ad Altavilla. 

È morto per le complicazioni legate a una malattia che, controllata, è degenerata negli ultimi mesi, quasi fulmineamente. Parlare di Don Vigilante è parlare della seconda generazione dei Vocazionisti, è parlare della ricostruzione post bellica, della generazione dei sacrifici, delle costruzioni, della forgia delle anime prima che degli edifici. Di lui ricordo le poche parole, misurate e puntuali, le prediche asciutte, senza i fronzoli della retorica, fatti concreti di vita vissuta, nell'esperienza di chi sapeva andare all'osso. 

Non immaginavo una fine così repentina. Mi stimava molto. La mia perseveranza è anche frutto suo, del suo esempio sacerdotale e della sua volontà di accompagnarmi per un tratto del mio viaggio verso la realizzazione della mia vocazione. Si sapeva fare compagno di viaggio. Di lui ho tanti e bellissimi ricordi che conservo nel cuore e non dirò mai facilmente. Fatti intimi che risvegliano in me una irrefrenabile nostalgia. Il velo della tristezza è tuttavia messo da parte dalla considerazione di una sofferenza che ne avrebbe provato altrimenti troppo il fisico e forse l'anima. Dio ha voluto diversamente.

Vi voglio ricordare sorridente, seduto accanto a me sul balcone di Altavilla, nell'orto insieme a me, impolverati, sull'altare delle chiese più povere, nelle corsie degli ambulatori mentre Vi accompagnavo per le visite, accanto a me nella macchina, nel confessionale, nella luce primaverile del Cilento in fiore.

Tu sei e sarai sempre con me. Ti sento vicino e so che mi sarai vicino sull'altare in un sacrificio perenne, il mio insieme a quello di Cristo, sulla patena …
Giorgio? Pace e bene!
Il Convento di Altavilla

I funerali domani alle 11,00 nella chiesa del Convento di Altavilla. La salma sarù tumulata nel cimitero di Pianura (Napoli).

martedì 3 ottobre 2017

In memoriam ... di Monsignore

Nella vita il Signore ti mette dinanzi alcune persone, ti fa fare incontri che ti cambiano, che ti spronano a lasciare la vita di un attimo prima per aprirti alla perenne novità del Vangelo con la tua conversione.

Nel giorno degli Arcangeli un'anima rilucente di luce veniva portata in cielo fra i canti e le allegrezze angeliche!

Conobbi Mons. Giovanni Battista Proja (Colli 1917 – Roma 2017), quando da ragazzo servivo messa nella Chiesa di Sant'Antonio abate a Priverno con don Renato Palleschi. Era canonico del Capitolo lateranense, esorcista e predicatore indefesso.
La figura schiva e al tempo stesso affabile di questo sacerdote, coi suoi abiti un poco lisi e dimessi, attirava la mia attenzione. Ci mise poco a scoprire il mio desiderio di consacrarmi a Dio. Veniva da noi per predicare ritiri, quaresimali, per incontrare i gruppi di preghiera. Sapeva tenere desta l'attenzione dei fedeli con esempi pratici legati in amalgama con uno stile prettamente catechetico. Parole grosse o sofismi altisonanti non gli appartenevano. Divenne presto il mio confessore, la mia guida, mio padre, la spalla sulla quale ho pianto, l'unico che ha sempre creduto in me e nella mia vocazione. Dopo gli eventi spiacevoli che diedero un corso nuovo e indecifrabile alla mia vita mi accolse in casa sua (quanto era intensa la sua vita di preghiera, credo di non aver pregato mai così tanto come quando ero con lui!) e, rompendo le mie resistenze, dettate dall'attendere risoluzioni che non arrivavano e promesse che non si concretizzavano, mi fece iscrivere, per obbedienza, alla Pontificia Università Lateranense, per incominciare il corso teologico che poi avrei continuato con profitto presso la Pontificia Università della Santa Croce, sempre nella città eterna.
Nonostante gli impegni che andavo assumendo, perché legati alla vita religiosa, ho cercato di stargli accanto il più possibile, non solo negli eventi straordinari ma nelle situazioni concrete e ordinarie della sua vita. Mi recavo da lui per la confessione settimanale e mi occupavo del riordino della stanza, dello studio e della cappella (l'ordine non era il suo forte!). Alla sua scuola ho appreso una scuola di vita ed ho conosciuto figure di santità nascoste tra le pieghe della storia luminosa della Roma cattolica. Mi ha trasmesso il suo pallino per la storia. Mi ha trasmesso l'amore per le cose di Dio, mi ha trasmesso l'amore e la cura per le vocazioni, specie quando sono incomprese e sofferte. Mi ha voluto tra i suoi discepoli, e di questo non cesserò mai di rendere grazie al buon Dio. Lo accompagnavo dappertutto, specie nelle giornate dei ritiri mensili predicati al suo gruppo di preghiera in quel di Prossedi (LT), o a Roma nella ricerca e nell'approfondimento, nelle ricorrenze e nelle devozioni legate a quei santi di cui curava la causa di beatificazione. Sempre affiancato dal fedelissimo domestico Massimo, che per lui era figlio, infermiere, collaboratore devoto.

Sono incontri che ti cambiano la vita! Sono le stelle luminose che in giornate grige sanno illuminare i nostri passi verso un cielo luminoso.

Convinto della sua fama di santità ho cercato di raccogliere, registrare e documentare ogni suo intervento pubblico e ogni suo frutto di meditazione. Col tempo vedrò di riordinare tutto e procedere a qualcosa di più concreto.

La sua età avanzata, la sua precaria salute, la necessità di un'assistenza più specifica, hanno suggerito un ricovero presso case di cura che potessero sovvenire a quello che in casa non si poteva garantire. Gli acciacchi dell'età vennero affiancati dai dolori della solitudine e dell'indifferenza di coloro che erano stati gli aedi dell'ora della gioia, in cerca di qualche piccola o grande affermazione personale all'ombra del vegliardo. In quella stanza di ospedale, oltre all'onnipresente instancabile Massimo, di quella gente ce n'era ben poca.
Poco più di un anno fa, durante una delle mie consuete visite, mi rivelò il suo dolore nel non poter ricevere spesso Gesù sacramentato: il cappellano non lo visitava e gli altri preti non erano da meno. Chiesi al parroco della mia parrocchia romana don A. S. questa cortesia. Ne riportò un'impressione magnifica, tanto da rivelarmi in macchina due cose: l'accuratezza della sua confessione generale (che rivelava un altissimo senso della presenza di Dio nella sua vita) e la sua accorata raccomandazione per me, alla quale né lui né l'altro sono venuti meno.
Mi commosse quell'incontro. Posso rivelarne il contenuto. Mi prese per mano mentre me ne andavo e mi disse: “Mi raccomando, fatti santo, chè tutto il resto è una fesseria”. Gli risposi: “Monsignò, anche se me ne vado noi siamo sempre legati, saremo uniti per sempre!”. E mentre gli dicevo queste parole sincere (non lo so come mi siano sgorgate dall'anima) non potei trattenere le lacrime. Si commosse anche lui e con lui M. V. che mi accompagnava.
Devo dire che mi dispiaceva molto vederlo in quello stato di “spegnimento”, lui che era stato tanto attivo, instancabile nel suo servizio al Regno di Dio.
Allora compresi una cosa che non ho mai rivelato ad alcuno. Si era offerto vittima per la mia vocazione. La prova? Gli chiesi di pregare per me che mi avvicinavo alla professione religiosa. Sabato 23 settembre, quando Massimo gli ricordò che era il giorno dei miei voti, si riprese, sorrise; era felice e alzò le braccia al cielo, come in un Nunc dimittis. La sera stessa le sue condizioni peggioravano. È morto serenamente, come i santi, senza clamore, senza grandi parole. È morto dimesso, coi soli fedelissimi accanto, è morto come era vissuto.
È morto come aveva chiesto a Dio incessantemente negli ultimi anni.
Che io sappia non ci ha lasciato un testamento spirituale. Rendo grazie a Dio di aver avuto modo di registrare, fra le altre, una sua omelia, che il giorno delle sue esequie nella Cattedrale di Roma, il Cardinal Vicario ha citato come suo ultimo dono, patto, come una specie di testamento e raccomandazione:

“Quando siamo dinanzi ai misteri di Dio l'atteggiamento più consono al cristiano sarebbe quello del silenzio, dell'adorazione, dell'ascolto interiore della parola che lo Spirito Santo suggerisce. Il Signore, tuttavia, ha dato all'uomo la parola; e quindi si può esternare qualcosa come riflesso della parola di Cristo. Le limitazioni umane non sempre rendono efficace, piacevole, questa traduzione.
Parlando del sacerdozio vedo tre caratteristiche: il sacerdozio è un atto della divina predilezione, un atto misterioso perché non è legato alla perfezione dell'individuo e neanche alla perfezione del luogo dove l'individuo vive e opera.
Una predilezione che sorpassa i criteri umani e si spiega solo coi criteri di Dio: 'Dio ha voluto così'.
Il sacerdozio è una chiamata e un'opera di santificazione. Si tratta di fare ogni giorno giorno per giorno, momento per momento, la volontà di Dio, con amore, con zelo, con dedizione, instancabilmente. Il sacerdozio è una chiamata anche di riparazione. E questo è un punto che ci prende più da vicino. Se non avessimo questa chiamata il peso dei nostri difetti e dei nostri limiti sarebbe troppo pesante per le nostre anime. Mistero di riparazione perché Cristo Gesù facendosi uomo e morendo sulla croce ha riparato tutte le miserie dell'uomo di tutti i tempi.
Gesù crocifisso è Gesù riparatore.
Il sacerdote è chiamato ad essere riparatore per sé e per i propri fedeli. I fedeli aiutino il sacerdote a ringraziare a riparare per le sue debolezze e miserie umane. Non giudicare ma riparare!
In questa visione globale del sacerdozio pensiamo alla Vergine santa, che ha adempiuto una missione, per così dire sacerdotale, anche se il termine si usa in maniera impropria dal punto di vista sacramentale e giuridico (preservata dal peccato e arricchita di grazie, dolori e sofferenze, il cui culmine ai piedi della croce, compartecipe della missione riparatrice di Cristo. In quel momento il Signore ce l'ha data come Madre, eletta da Dio, artefice di santificazione, zelatrice somma della riparazione come Gesù la desidera.
Chiedete per me e per tutti i sacerdoti che siano consapevoli della divina predilezione, si sentano chiamati alla santificazione e riparino costantemente per sé e per tutto il popolo di Dio. Così sia!”.


La solitudine della Tua assenza è solo un mesto retaggio della mia confusione. Tu non sei lontano: mi sei accanto, mi benedici e mi accarezzi.consoli me e i tanti che Ti vollero bene. 
Da ora in avanti non sarò più povero, ma avrò un intercessore in cielo. Prega per me e per tutti. 
Ti voglio bene!

Il Tuo figliolo spirituale

per il link all'omelia e ad altri interventi

domenica 5 febbraio 2017

"Vojo canta' così ... fior de limone!" ... Riflessioni e sorrisi sul ritorno di Pasquino





Era da un po' che Pasquino taceva.

Chi è romano lo conosce bene. Chi sa la storia lo conosce meglio ancora. Una voce che nel corso dei secoli ha fatto spesso e volentieri compagnia alla polizia pontificia, al popolo e … al Papa. 

Devo dire che ho sorriso qualche giorno fa quando Pasquino ha scelto metodi più moderni ma ci ha salutato, ci ha detto la sua, ci ha fatto sentire che ancora vive. Questo compagno di viaggio ci rassicura circa la sua sopravvivenza e inquieta molti col suo dire. Eppure non c'è niente di più tradizionalmente romano di questo chiacchierone. Per secoli ha dato voce a chi voce non aveva ed è stato spesso usato, col suo fare satirico, come denuncia quieta di qualcosa che non andava. E dico “quieta” perché tipicamente romana. A Roma non si fa chiasso, non ci si inquieta, si vive sereni anche in mezzo alla bufera. Si sa che l'acqua sotto i ponti del Tevere scorre sempre. Tutto passa. “Nun te preoccupa'”.

“La sua voce è questo chiacchierone di pietra, sempre lui, Pasquino”, diceva nel film di Magni, Nell'anno del Signore, il prefetto di Roma che parlava con Cornacchia durante la sua ronda notturna: “Il popolo sembra che dorme … ma gli unici che dormono a Roma siamo noi che stiamo sempre svegli ...”.

Una levata di scudi, uno straccio di vesti …

Gente che inneggia alla sacralità del Papa e sui social fa un gran parlare contro Pasquino. Non sanno la storia, vogliono ancora le parrucche.

Purtroppo noi risentiamo ancora di quel “pregiudizio”, per così dire, papalino successivo agli eventi napoleonici prima e risorgimentali poi. La Chiesa soffriva guai e persecuzioni e il Santo Padre divenne ancora più santo, sia giustamente nel pensiero del popolo cristiano, sia realmente, e non si può negare. Ma spesso questa considerazione è sfociata in un sentimentalismo assai fuori luogo. “Chi tocca il Papa muore”, urlava in Piazza San Pietro l'Azione Cattolica negli anni del Concilio. Abbiamo avuto Papi santi e ancora ne avremo. Ma ridurre sempre tutto a un misticismo fuori luogo e a frasi ad effetto non serve a gran ché. Da che mondo è mondo e da che la Chiesa è Chiesa, le scelte di governo, le scelte decisionali del Papa sono sempre state oggetto di discussione, di confronto, di critica … e spesso di satira, come oggi. Non gettiamo fango su Pasquino! Gettare fango su di lui vuol dire coprire di ridicolo noi.

La levata di scudi dei papalini non ha senso. Qui non viene attaccato il magistero papale, né tanto meno il Papa come successore dell'apostolo Pietro … si scherza solamente (satira) sulle scelte di governo del capo-vicario della Chiesa visibile come organismo di società nel mondo. Io ci metto la mano sul fuoco e me la brucio: Pasquino parla solo di questioni temporali e non certo il suo intento era quello di danneggiare il Vicario di Cristo. L'infallibilità papale (Concilio Vaticano I), ricordiamolo, non riguarda le scelte di governo del Papa ma solamente le questioni di fede e di morale insegnate solennemente con l'autorità che deriva da mandato petrino, esercitato ex cathedra.

Cum grano salis bisogna ogni tanto ricorrere a quel sano pragmatismo romano ... 

Amici miei, non siamo, vi prego, “più papisti del Papa”! Facciamo parlare pure Pasquino, facciamoci una risata “alla romana”, sereni e viviamo serenamente.


“Nun je da' retta, Roma, Pietro lo sa, soride e te benedice uguale!” ...










per la celebre interpretazione di Pasquino, da parte di Nino Manfredi, cui ho fatto riferimento nell'articolo vedere il link di seguito ... 

Nino Manfredi ... Pasquino

E. O.
5 febbraio 2017
Sant'Agata

sabato 7 gennaio 2017

La festa di uno Sconosciuto. Riflessioni e analisi disincantate su fenomeni diffusi

La festa di uno Sconosciuto
Riflessioni e analisi disincantate su fenomeni diffusi

Con la solita fredda abitudine abbiamo assistito a un fenomeno che accade da tempo, mai esorcizzato per finto buonismo o anche per una tacita condiscendenza. A Natale e a Pasqua specialmente si avvistano in chiesa strani generi di cristiani, i così detti “natalini” e “pasqualini”. Si tratta di persone notoriamente allergiche all'odore della cera o al profumo dell'incenso, i quali proprio quando costretti dall'impellente stimolo di una morta tradizione, che nulla dice alla psicologia più profonda, o costretti dalla molestia di un parente, si trovano, loro malgrado, nelle navate di una chiesa, letteralmente “posati” su un banco, spesso con le gambe accavallate o con uno smartphone in mano, assistono a riti vuoti di significato. Assistono al ripetersi di vuote cerimonie senza senso, nell'attesa che tutto finisca il prima possibile. Altri, più educati, vanno in chiesa per ossequio a una tradizione che sa di poesia. La vita è poesia, ma se essa è superficiale ne deriva che superficiali poesiole avranno da essere gli eventi di Natale: la culla col Bambino, Verbo di Dio Incarnato, e le vicissitudini della Santa Famiglia. Poesiole che lasciano il tempo che trovano, data la velocità con la quale passano presto i giorni e i momenti di fine dicembre. Passato il tempo, passata la devozione.

E ... arrivederci a Pasqua, dove molti, più o meno impegnati nelle sacre rappresentazioni e via crucis viventi, si trovano catapultati in eventi di cui non comprendono il significato. Qualcuno che anche lo comprende di fatto lo irride. Molti di quelli che fanno rappresentazioni sceniche di tal genere, stanchi o scettici, dimenticano di fare una buona confessione e di partecipare alla messa di Pasqua, presi come sono dalle crapule che questi giorni si portano appresso.

Mi perdonino i miei tredici lettori, ma vedendo il rinnovarsi di queste malsane abutidini in questi giorni che a molti scivolano addosso come niente fosse, ho sentito il dovere di accendere un campanello d'allarme … per chi sente!

Il Natale è diventato un evento di consumo, di marketing et similia. Si fa festa. Ma perché si fa festa? E soprattutto: per chi si fa festa?

In un mondo dal pensiero liquido e dalla vita fatta di relazioni che rischiano di tendere al liquido o al virtuale si perdono di vista le motivazioni. E se mancano queste non si coglie il senso di quel che si fa. Ha senso festeggiare un evento prescindendo dal protagonista che ne è la causa scatenante ed efficiente? Come si fa a festeggiare il Natale?

Natale vuol dire nascita. La nascita di chi? Non ho mai assistito a un compleanno nel quale si va a casa del festeggiato e lo si ignora. Ma si mangia e si beve in suo nome! Si prendono ferie e si va in vacanza in nome di chi volutamente si lascia da parte. In un altro contesto potremmo dire che gli ospiti sono dei maleducati che andrebbero cacciati via in malo modo. Ma poiché si tratta di contesti smielati tutto accettiamo e tutto, poveri sempre più, giustifichiamo. Apprezzerei di più l'atteggiamento di chi dicesse di essere ateo o indifferente e andasse dal suo datore di lavoro e dire: Io voglio lavorare nei giorni delle festività religiose e fare lo straordinario la domenica: infatti non sono credente. Ma dove il pensiero è liquido e le motivazioni inesistenti o inconsistenti si arriva all'assurdo. Prendiamo motivo dalle feste religiose per fare quel comodo che ci pare. Seppur conveniente alla conta dei fatti questo modo di fare risulta incoerente.

Di tale incoerenza è ammalata la nostra Europa, o quel che ne rimane. Da continente morale di è trasformata in pascolo di banche e avventori. Scorribanda di massoni e volponi più o meno raffinati.

Et lux in tenebris lucet! Ma Natale viene a dirci che la luce (Cristo) splende fra le tenebre e queste non l'hanno vinta (Gv 1,5). Anche il ritmo del mondo sembra dirci lo stesso, con l'alba che disperde le tenebre e il sole che disperde il gelo. Quanto tempo dovrà ancora passare perché quel sole e quella luce che da duemila anni ci illuminano possano finalmente riscaldare il nostro cuore e muovere gli affetti e le intelligenze verso più pieni appagamenti, verso porti più sicuri e rifugi meno incerti?

La luce splende! Possono darsi da fare quanto vogliono i poteri forti per schiacciare quel bambino, per uccidere gli innocenti o per farne tacere gli araldi. Qualsiasi cosa facciano o pensino, perdendo i giorni e le notti per le loro trame nulla possono contro questa luce che si irradia. I ladri e gli assassini della notte possono indaffararsi quanto vogliono per nascondere nel buio e nell'ombra le loro trame: il sole che sorge le rivelerà e saranno sbugiardati. Le macchinazioni vengono alla luce e sono schiacciate dalla forza di quella abbagliante verità.

Le tenebre vorrebbero avvolgere la Chiesa e spesso riescono a coinvolgere nelle loro trame molti uomini di Chiesa, nonostante i costanti avvertimenti di Papa Francesco. In un mondo decadente la Chiesa non può che tendere alla decadenza, vivendo nel mondo, ma non volendo, almeno in teoria, abbracciare lo spirito del mondo. Toccato il fondo vedremo le luci dell'alba, che daranno ancora speranza alla nostra vita e luce alle nostre intelligenze; energie nuove! Di qua e di là danno conforto iniziative e idee nuove, capaci di ignorare le immondizie sparse volutamente in ogni dove, per riprendere la purezza e la incidenza dell'annuncio cristiano. In alto i nostri cuori! Il sole di Cristo illumina, riscalda e … libera! Quella luce è una persona; e parla a me e a te e chiede di essere accolta, per darti la vita eterna e rivelarti te stesso e il tuo destino eterno.

Non vi rivolgo l'augurio pagano di “buon anno”, ma vi auguro di riscoprire il più profondo senso dell'umanità propria di ognuno per essere illuminati, riscaldati e liberati da quella luce non intermittente che da duemila anni ci conforta e ci indica la via, Lui stesso.

1In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era in principio presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
16Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato”.



sabato 14 novembre 2015

Nel mese dei morti un'anima rilucente guizza nell'oggi di Dio. Don Angelo Ricci oltre l'esilio

13 novembre 2015

Novembre è definito a ragione come il mese dei morti. In questi giorni sono stati molti i fedeli che sono passati all'altra vita, quella vera, quella definitiva.

Martedì scorso mi sono recato a Carpineto Romano (negli ultimi giorni ci sono andato spesso) per visitare un mio educatore del Seminario minore che, ammalato, lì era assistito amorevolmente dai suoi familiari. Sono rimasto colpito dal loro affetto e dalla loro assoluta disponibilità nei suoi confronti: sono queste le caratteristiche che sempre possiamo riscontrare nella nostra brava gente ciociara. Non voleva che io me ne andassi. Gli dissi che era tardi … “Aspetta, rimani ancora un po' ...”. Me lo disse più volte. Non potevo dirgli di no. S'era fatto veramente tardi e potei finalmente congedarmi. “Quando torni?”. “Un giorno della settimana prossima … forse lunedì”. “No! Devi venire prima!”. “Verrò venerdì allora”. “No. Prima!”. Immaginavo che sarebbe successo qualcosa prima di quel giorno. Strane coincidenze. Oppure conferme. Sì: conferme di quello che penso da tempo e che ultimamente mi si sta dimostrando dall'esperienza. Io penso che questi vegliardi sappiano intuire il momento del trapasso.

Non voleva che me ne andassi; non voleva che arrivassi tardi.

Questo il mio ultimo dialogo con don Angelo Ricci, classe 1923, sacerdote come quelli di una volta, serio e rispettoso. Un uomo di Dio, un educatore attento e preciso, meticoloso per le cose del buon Dio. Un esempio per molti, almeno per noi cresciuti alla sua scuola. Una scuola fatta di poche parole e tanti fatti, come sapevano far bene i preti di una volta. Quanti esempi! Quanta dottrina provata nei suoi insegnamenti. Un vero amante appassionato di Gesù Cristo. La sua preghiera era autentica e costante, senza fronzoli, quella appresa alla scuola dei gesuiti del Collegio Leoniano. 

Don Angelo era il mio confessore. Gli ho sempre voluto bene. Mi ha sempre cercato. Mi ha sempre seguito, anche quando la cattiveria umana e l'incomprensione mi portarono lontano, ad altre scelte. Anche in questo caso la Provvidenza scriveva il suo romanzo. Ma quanta saggezza da quei colloqui. Quanta gioia nel ritornare “a casa” a trovare un amico di sempre. Uno che stava lì e ti aspettava, perché sapeva che saresti tornato dove hai le radici.


Mi sono confrontato spesso col mio amico Luigi, con il quale andavamo a trovarlo spesso, specie nel suo ultimo soggiorno carpinetano. Siamo rimasti molto legati al nostro buon Canonico, come sentivamo che il sentimento era reciproco. Noi, gli irriducibili, quelli fedeli, della vecchia scuola del Seminario Vescovile, gente che non dimentica chi gli ha fatto del bene. Saper ricordare … E oggi c'eravamo.

Ricordare …

Ripensare alla storia terrena di questo umile e dotto prete ciociaro è ripercorrere la storia di Anagni e della sua diocesi nell'ultimo secolo (novantadue anni). Rivederlo giovane nella sequela del Vescovo Mons. Compagnone. È vedere la storia della fangosa Tufano, della bella Morolo, della ridente Carpineto, della Colonia estiva di Mondragone. E saper scorgere nei luoghi e negli attori le nostre persone, i nostri volti, la nostra storia. Sapeva costruirla, lui, la storia, sistemarla e tramandarla. Pensiamo al Palio rinascimentale di San Magno. Pensiamo alla Cattedrale restaurata dalla perizia e dalla competenza di un sacerdote cieco, superstite del Capitolo, che con la memoria sapeva vedere quello che a noi sfuggiva.

E chi può dire quello che passa nel mio cuore in questo momento? Adesso che mi trovo a scrivere, come un dolce dovere, una memoria sua. Scrivere un testo che lo ricordi è scrivere anche di me, di Luigi, di Marcolino, di tutti coloro che hanno avuto la grazia di incontrare questo mistico contemporaneo (non esagero) e gli sono stati fedeli fino alla fine. Saper ricordare.

So che la mia stesura è incompleta. Non potrebbe essere altrimenti. Chi legge e sa potrà bene integrare queste brevi tracce con quello che non ha scordato e che adesso gli balza davanti nitido e fresco.

Quanta sapienza, quella vera, quella umile di chi si mette a servizio delle giovani generazioni, quelle del Seminario come quelle delle Scuole (insegnò per molti anni nell'Istituto magistrale di Anagni). Una cultura che non ti umilia ma ti accresce, che ti riempie di qualcosa che ti sorpassa e che non appartiene a te e a nessuno di questa misera terra.

Ognuno di noi da oggi è più povero.

Quanta gente oggi a salutarti ad Anagni, nella tua città di adozione. Nella tua Chiesa, che hai amato e servito: ci sei di grande esempio. Interprete di tutti è stato il Vescovo. Ci ha letto il tuo testamento spirituale, essenziale. Si è commosso più volte. Ti ha ricordato bene, lo sai. Ha tratteggiato bene quello che tutti sapevamo e che adesso si palesava più vivido di prima. La morte rende eterno il transitorio. Fedele servitore della Chiesa. Pastore di anime attento e scrupoloso. Memoria vivente della nostra storia. Biblioteca, anzi archivio per noi sempre pronto a donare. Qualche volta la tua fiducia incondizionata è stata tradita da chi ha voluto approfittare anche della tua malattia.

Noi ti vogliamo bene e preghiamo il Padre delle misericordie che ti abbia accanto a Sé in cielo, a pregare e intercedere per noi. Gli ultimi tempi sono stati vissuti con grande sofferenza. Hai avuto modo di guadagnare il paradiso e di meritare per tutti. Continua a ricordarti di noi. Preparaci un posto là dove non c'è più sofferenza o male che possa allontanarci dal nostro eterno destino di felicità.

Per noi si è aperta un'altra finestra in cielo: da lì ti affacci e ci guardi. Ci benedici e ci sorridi. Sento la tua mano che mi si posa sulla testa, come quando da ragazzo mi assolvevi e più recentemente mi consolavi e mi incoraggiavi. Quella mano mi accarezza e mi dice: “Confida in Dio”. Un bacio a quella tomba e un pensiero grato e riconoscente alla tua anima immortale che già vola e riluce nel sole di Dio.


Ciao, Don A'!!