mercoledì 26 febbraio 2020

SUSCIPIAT! Teologia dell'Offertorio e della Consacrazione

“Trattare santamente le cose sante”

Il Sacrificio nella Messa
Il Sacerdote Alter Christus (alter non indica un sostituto: i due sono la stessa cosa: transustanziazione anche del ministro tramite il Sacramento dell'Ordine: con il sacro carattere è avvenuta una configurazione ontologica a Cristo). In persona Christi compie gli stessi gesti che Cristo ha compiuto e offre la stessa Vittima al Padre, per la potenza dello Spirito Santo per la salvezza del mondo. Egli offre la Vittima; ma essendo il sacerdote Alter Christus è Cristo stesso che continua (ripresentazione) a offrire Se stesso.


La chiave di lettura del “mistero dell'offertorio” ci viene fornita dalla sua “conclusione”: “Pregate, fratelli, perché il mio e vostro sacrificio sia gradito a Dio Padre onnipotente ...”. significa che sono due sacrifici distinti? In che senso si può parlare di un “mio” e di un “vostro” sacrificio? Il Sacrificio al quale fa riferimento il sacerdote è ovvio: quello che sta offrendo sull'altare, la Vittima divina che è Gesù Cristo, l'unica Vittima gradita al Padre. E qual è, allora, il “nostro sacrificio”? Qui c'è il riferimento alla nostra vita. Il nostro fondatore don Giustino, nella preghiera di invitatorio alle preghiere comuni ha voluto che pregassimo, più volte al giorno, così: “Facci con Te una sola Ostia di sacrificio alla Trinità e di sacramento alle anime”. Con Te una sola ostia, con Te una sola offerta, con Te una sola Vittima: noi sulla patena dobbiamo mettere qualcosa di nostro; accanto all'Hostia, dobbiamo mettere i nostri sacrifici, le nostre sofferenze, le nostre incomprensioni … ma anche le nostre gioie, tutto ciò che ci capita nella vita. L'Eucaristia è il rendimento di grazie per eccellenza (proprio nell'etimo e nei suoi quattro fini: adorazione, ringraziamento, riparazione e intercessione). Quando verrà l'Angelo Santo1, che porterà misticamente ma realmente, queste offerte dinanzi alla Maestà di Dio porti, accanto a quella Vittima anche il nostro piccolo sacrificio. Il Sacrificio che offre il Sacerdote, al quale uniamo le nostre piccole cose sia gradito a Dio Padre onnipotente. E in questa maniera, per il mistero incredibile del Corpo mistico, saranno un unico Sacrificio finalmente gradito alla Trinità.
La risposta dei fedeli? “Il Signore riceva dalle tue mani questo sacrificio (ma come: non aveva detto che erano due – il mio e il vostro?) a lode e gloria del suo nome, per il bene nostro e di tutta la sua Santa Chiesa”. Il Sacrificio è diventato uno, unificato dal suo Sangue per la lode e la gloria del nome di Dio e per il bene dei presenti e di tutta la Santa Chiesa (comunione dei santi). “Lode e gloria del suo nome”: adorazione e ringraziamento; “il bene nostro e di tutta la sua santa Chiesa”: riparazione e intercessione. La chiave di lettura dell'offertorio sta quindi nell'Orate fratres.

L'unica Vittima gradita al Padre è Gesù Cristo, nella sua santissima divinità e nella sua immacolata umanità, perfetta e rilucente di quel fulgore per noi perduto nella disobbedienza dei progenitori. Altre vittime non le accetta (pensiamo alle tante vittime della legge antica, ai sacrifici rituali nel tempio – olocausti e sacrifici di comunione). Come con Mosè (che asperge, e quindi purifica, il popolo con il sangue della vittima sacrificale, prefigurato anche nella intinzione degli stipiti delle porte delle dimore degli ebrei la notte dell'Esodo al passaggio dell'angelo sterminatore) si rinnova l'Alleanza, così con il sangue della nuova ed eterna Vittima si rinnova l'Alleanza (anch'essa nuova ed eterna) e si pacifica l'uomo con il suo Creatore. Il sangue fa riconoscere all'angelo i redenti … quel sangue purifica e libera dalla morte; libera dall'ira di Dio e inaugura un tempo nuovo di lode senza fine.

La forza del sangue
San Giovanni specifica che i testimoni veraci sono tre (cf. 1Gv 5,7-8): lo spirito (lo Spirito di Dio che aleggiava sulle acque, che si rivela ai Patriarchi, che parla ai Profeti, che si libra sulle acque del Giordano … ), l'acqua (le acque del diluvio, del passaggio del Mar Rosso, le acque di Ezechiele che dove giungono risanano, le acque del battesimo nel dinamismo stupendo della morte che genera la vita) e il sangue (di Abele – che “grida” dalla terra -, delle vittime, degli eroi, delle aspersioni, dei profeti, di Cristo). Se pensiamo alla forza (non solo evocativa) del sangue delle prefigurazioni dobbiamo considerare la nettissima superiorità della “nuova aspersione”, più eloquente del sangue di Abele (cf. Eb 12,24).


Il sangue, quindi, purifica i fedeli (“nel sangue c'è la vita”): lo comprendiamo alla luce che promana dal mistero dell'Eucaristia. Noi, aspersi e lavati nel suo sangue, saremo salvati dall'ira attraverso di Lui; e possiamo diventare un sacrificio gradito a Dio. Nella misura in cui ci uniamo alla Vittima divina più diventiamo offerta gradita a Dio. Gli antichi sono passati dai sacrifici cruenti a un sacrificio nuovo, spirituale, gradualmente (pensiamo al Salmo 50). Noi ci offriamo spiritualmente, Cristo si è offerto materialmente nel suo sacrificio cruento, per noi incruento. “I tuoi sacrifici mi stanno sempre dinanzi” … l'unica Vittima che il Padre vuole è la Vittima perfetta: Gesù Cristo.

Nel gesto altamente sacrificale della elevazione dell'Ostia nella Consacrazione (dal duplice significato: il sacerdote mostra al popolo l'offerta transustanziata – ostendit populo -, ma allo stesso tempo, sulla scorta di quanto trasmesso da illustri Dottori e Scrittori2 in questo gesto hanno visto il segno sacrificale per eccellenza. Tanto che quell'Ostia è innalzata in un gesto che sa poco di ostensione: quell'Ostia innalzata ti porta subito a guardare nel fondo della parete, sulla quale troneggia il Crocifisso. E qui si palesa ancora di più l'essenza della Messa. Scena plastica del film La Passione di Mel Gibson: nel momento in cui viene innalzato il Corpo di Cristo sulla croce san Giovanni rivede nitida la scena della sera precedente, dove Cristo elevava il pane dicendo: “Questo è il mio Corpo che è dato per voi”. Rivede la stessa scena: Cristo che innalza il pane e il suo corpo in croce che viene innalzato. Con questa immagine altamente evocativa comprendiamo di essere dinanzi allo stesso mistero (che Cristo ha voluto anticipare nell'Ultima Cena), allo stesso Sacrificio sebbene incruento. Un gesto che ci catapulta nel tempio di Dio descritto dall'Apocalisse. Per l'effusione dello Spirito Santo quasi i cieli si squarciano e scende, per la stessa Potenza divina d'amore, Gesù Cristo: entra nelle specie eucaristiche e le trasforma (le transustanzia): ne muta la sostanza sebbene ne permangano gli accidenti (forma esteriore e sapore) … Pane che non sei più pane.

L'uomo sente la sua insufficienza dinanzi a un mistero tanto grande, che sorpassa la nostra intelligenza seppur la chiama in causa: l'unico atteggiamento che si deve porre è quello dell'adorazione, la quale supplisce al difetto dei sensi. Altrimenti la morte di timore e di amore. Mysterium fascinans et tremendum: ti affascina (lt. facinum3: una luce – talismano - che ti acceca eppure ti attira), ti incanta con potenza ma ti atterrisce, fa tremare. È il mistero di Dio: che irrompe nella storia e crea sconvolgimento, lui che non sottosta al tempo e allo spazio.
Tutto questo non viene compreso: ci aiuta molto poco l'orientamento dell'altare, che ci fa pensare a una preghiera orizzontale, fra i presenti. Il nostro rapporto con Dio deve essere illuminato plasticamente dalla forma della croce: un braccio verticale (Dio) sul quale poggia quello orizzontale (i fratelli). Il secondo rapporto non può darsi senza il primo: poggia su quel cardine.

La Messa non è un dialogo che si svolge fra i presenti, un atto compiuto fra gli astanti … Essa esprime il rapporto verticale con Dio, rapporto che necessariamente ricade come benedizione sul Corpo mistico, che da questo Sacrificio è edificato. Di questo non potremo mai avere piena comprensione (comprehensio), ma il nostro atto di fede e di adorazione dovrebbe portarci a un livello ulteriore, più … trascendente! Noi siamo a Messa non perché siamo belli, bravi, amici, filantropi … Siamo qui perché convocati dalla Trinità! Essa ci ha chiamato tra i possibili alla vita, tra i viventi alla fede, tra i fedeli alla santità! Questa è la vocazione che abbiamo ricevuto: non abbiamo bisogno di ascoltare in continuazione diverse rivelazioni. Dio ci parla, ordinariamente, nella ordinarietà dell'esistenza, tramite la sua Parola e la sua chiamata alla vita di grazia nei Sacramenti. Per essere a lode e gloria della sapienza di Dio, vivendo nella sua volontà. Fiat! Come la compiono gli angeli in cielo (comprendono intuitivamente, intueor) così si faccia in terra (senza mediazioni).
La sua volontà è che ci santifichiamo trattando santamente con le cose sante.

Chi tratta santamente le cose sante sarà santificato! (Sap 6,10)





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1Sulla figura dell'Angelo Santo è in corso uno studio particolare che pone nuove questioni molto ben promettenti.
2Innocenzo III nel De sacrosancto altaris mystero; ma anche Ildefonso Shuster nel Liber Sacramentorum.
3Diverso da facinus-oris.

martedì 16 luglio 2019

"Fiore del Carmelo": Brevi accenni storici e teologici sulla devozione alla Madonna del Carmelo

L'anno liturgico scandisce i tempi dell'uomo nella vita della Chiesa. Nel suo pellegrinaggio terreno verso la patria definitiva l'uomo è chiamato a fermarsi, di tanto in tanto, nella considerazione dei misteri della salvezza. Accanto ai misteri di Cristo scorge la vita di Gesù nei misteri mariani. Sì, perché i misteri di Maria sono legati indissolubilmente a quelli di Cristo. Nella relazione tutta particolare fra la Madre e il Figlio, il cristiano di scopre figlio, si scopre “mariano”.

Questi sono i pensieri che muovono le mie intenzioni in questo giorno particolare, nel quale facciamo memoria di un particolare patrocinio mariano, quello del Monte Carmelo1.

Beata Maria Vergine del Monte Carmelo, dove un tempo il profeta Elia aveva ricondotto il popolo di Israele al culto del Dio vivente e si ritirarono poi degli eremiti in cerca di solitudine, istituendo un Ordine di vita contemplativa sotto il patrocinio della santa Madre di Dio” (Martirologio del 16 luglio).

Alle sintetiche informazioni del Martirologio occorre aggiungere qualcosa. Si fa riferimento al profeta Elia, “benché la Bibbia lo ponga in relazione col Carmelo una sola volta (1Re 18,19-46: la disputa con i profeti di Baal, ndr). Comunque è su questo monte, già spiritualmente collegato ad Elia nella tradizione, che nella seconda metà del sec. XII iniziano una esperienza eremitica alcuni 'devoti Deo peregrini' occidentali, probabilmente congiunti con le ultime crociate del secolo. Riuniti in collegium da Alberto Avogradro, patriarca di Gerusalemme (1206-1214), in tale periodo ebbero anche la 'vitae formula' (Regola)”2.

Sul Monte Carmelo costruirono una piccola chiesa dedicata alla Madonna (definita bellissima). Iniziarono anche la costruzione di un altro tempio mariano, opere sumptuoso – come la definì Urbano IV nella lettera Quoniam del 19 febbraio 1263), di cui però si sono perse le notizie.
Da queste piccole cose trae origine l'Ordine dei Carmelitani, che è giunto fino ad oggi. Essi propagarono ovunque la devozione a Maria Santissima venerata sotto il titolo del Monte Carmelo.
La data del 16 luglio fa riferimento all'apparizione della Vergine a San Simone Stock (1165-1265), priore generale dell'Ordine del Carmelitani. Maria Santissima gli apparve in questo giorno del 1251 “e gli consegnò lo scapolare, una specie di mantellina (ridotta a due lembi di stoffa, ndr) che si porta appesa al collo, che egli avrebbe dovuto portare come simbolo di una particolare unione con Maria, come pegno devozionale e riconoscenza della grazia. Nel 1322 l'uso dello scapolare fu approvato dal Giovanni XXII come simbolo di salvezza”3. A questa devozione la Madonna annesse una particolare promessa, di cui parleremo più avanti.


Non mi interessa qui seguire la cronologia degli eventi o altre notizie più facilmente e meglio reperibili altrove. Desidero soffermarmi sul testo di una sequenza antichissima, 
Flos Carmeli, attribuita allo stesso San Simone Stock4.





Flos Carmeli
vitis florigera,
splendor coeli,
Virgo puerpera,
-singularis.


Mater mitis,
sed viri nescia,
Carmelitis
esto propitia,
-Stella maris.


Radix Jesse
germinans flosculum,
nos adesse
tecum in saeculum
-patiaris.


Inter spinas
quae crescis lilium,
serva puras
mentes fragilium,
-tutelaris.


Armatura
fortis pugnantium
furunt bella,
tende praesidium
-scapularis.

Per incerta
prudens consilium,
per adversa
iuge solatium
-largiaris.


Mater dulcis
Carmeli domina,
plebem tuam
reple laetitia
- qua bearis.

Paradisi
clavis et ianua,
fac nos duci
quo, Mater, gloria -coronaris.
Amen.
L'autore si rivolge subito all'oggetto del suo canto: Maria è definita Fiore del Carmelo, vite colma di virgulti che germina frutti fecondi di virtù. È lo splendore del cielo, l'unica Vergine Madre. Maria Santissima, pianta rigogliosa, germoglio della stirpe d'Israele, porta al mondo l'Autore della vita (vita/vitis), Cristo benedetto, splendore della gloria del Padre. La verginità feconda di Maria è lo specchio della Chiesa.


La mitezza di Maria la rende dolce e affabile verso l'uomo peccatore ma altrettanto vigorosa contro il peccato e il vizio, combattente schierata in campo contro il nemico infernale. La sua perpetua verginità la rende particolarmente propizia verso coloro che intendono abbracciare i consigli evangelici. È, per essi e per tutti, la Stella che illumina il cammino.


È la Radice di Jesse, resa rigogliosa dai meriti di Cristo, che germina un fiorellino delicatissimo, immagine di tenerezza e di purezza, richiamo attraente alle cose del cielo. La supplica che chiude questo emistichio si rivolge direttamente a Maria: “Concedici di essere con te nel secolo per poter regnare con Te in cielo”.



Prosegue la lode: “Tu sei quel giglio immacolato, che cresce, incorrotto, fra le intricate vicende degli uomini”. Maria è in grado di conservare pure le intenzioni di chi si scopre vittima della fragilità umana, l'uomo peccabile. Maria si volge a sua tutela. Il giglio è l'immagine eloquentissima del candore originario, perduto dai progenitori e recuperato da Cristo “Nuovo Adamo”.


Immagine di forza: Maria è l'rmatura forte di chi combatte il combattimento spirituale. Qui il richiamo alla lotta di Elia, sullo stesso monte, contro i profeti di Baal.” Le guerre infuriano; tendi il tuo presidio: lo scapolare!”.



Mentre passiamo per le vie dell'incertezza ci sia Maria prudente consiglio (Vergine Prudentissima), come nelle avversità ci sia di consolazione (Consolatrice degli afflitti e Aiuto dei cristiani). La nuvola che comparve su quel Monte, assicurazione di sicuro refrigerio e segno della fine dei tempi rovinosi della “lontananza di Dio” è immagine dell'Immacolata che porta il Redentore.


Di nuovo l'accento è soave nella prima espressione quanto forte, per chi lo sa cogliere, nella seconda: Madre dolce, Signora del Carmelo, riempi di salutare letizia il tuo popolo (Domina = Regina), la stessa letizia nella quale vivi beata.



La preghiera, quasi in una climax ascendente, si fa più accorata: “Tu che sei porta e chiave del Paradiso, fa' che noi da Te siamo condotti nella gloria; e che sia Tu a incoronarci” dopo la vittoria.
L'immagine si schiarisce nella luce della vittoria finale, dopo il combattimento che avremo avuto in nome di Maria, accanto a Maria, “terribile come oste schierata in campo”.


Il “privilegio sabatino"

La Madonna ha promesso a chi porta con sé lo scapolare carmelitano di portarlo in Paradiso nel primo sabato successivo alla sua morte. È il cosiddetto "privilegio sabatino". Anche da qui trae origine la particolare devozione che associa al culto della Madonna del Carmelo il suffragio per le Anime Purganti.
Questa promessa è legata ad alcune condizioni che di fatto fanno capire quale sia lo scopo di questa bella devozione. Non si tratta di un facile salvacondotto per entrare al più presto in Paradiso, ma di un aiuto concreto per attendere alla santificazione e alla purezza di vita, senza delle quali in Paradiso non si può entrare.
A ben vedere gli impegni sono quelli di condurre una vita cristiana intessuta di preghiera, castità e unione permanente col Signore.

Ecco le condizioni per poter fruire delle promesse, così come ho potuto ricavarle:
– portare abitualmente lo scapolare o la medaglia,
– vivere in castità secondo le condizioni del proprio stato,
– recitare il piccolo Ufficio della Madonna che può essere commutato col Rosario o altre preghiere o pratiche penitenziali;

Se non si osservano queste condizioni non si commette alcun peccato, ma non si può fruire della promessa fatta dalla Madonna.
La prima condizione consiste, dunque, nel portare con sé lo scapolare benedetto.
Si tratta di un segno e di un richiamo permanente alla devozione alla Madonna, che ci è stata donata da Cristo come Madre e come Patrona. La sua presenza è incompatibile con quella del comune avversario. Togliere casualmente lo scapolare per effettive necessità non costituisce uno svincolarsi da questo segno perché nel proprio animo permane la volontà di portarlo sempre.
Non ci si deve preoccupare se al momento della morte – per motivi indipendenti dalla volontà personale – non si indossasse lo scapolare.

Vita di castità
Desidero far notare che vivere in castità non è un obbligo nuovo, ma è un’esigenza di vita per ogni cristiano. Per castità s’intende vivere la propria sessualità e vita affettiva secondo il disegno di Dio e secondo le condizioni proprie di ogni stato di vita (vita individuale, vita consacrata, vita matrimoniale e prematrimoniale).
Secondo le interpretazioni più larghe, per fruire del privilegio sabatino, si deve conservare la castità abitualmente. Pertanto si considera vita casta anche quella di chi qualche volta cade e poi subito si rialza con la confessione. Secondo le interpretazioni più strette ci deve si attenere alla richiesta fatta dalla Madonna, nella quale l’abitualmente non c’è. Credo sia giusto pensare che ci debba essere la tensione concreta ed effettiva verso la castità e verso la santità. Diversamente la castità rimane solo una vuota parola. Per questo in un sito carmelitano ho letto che questa è una “condizione da osservarsi con tutte le proprie forze per l’acquisto del privilegio sabatino”.

Vita di preghiera

Lo stesso discorso vale per la preghiera.
Inizialmente l’impegno prevedeva la recita del Piccolo Ufficio della Madonna, che è una formula leggermente più breve del Breviario. È costitutivo dalle varie ore canoniche: mattutino (così veniva chiamato), lodi, prima, terza, sesta, nona, vespri e compieta.
È tutto dedicato alla Madonna. Lascia in chi lo recita un grande senso di serenità e di pace.
La recita del Piccolo Ufficio comporta lo stare in preghiera per un certo spazio di tempo e questo è già purificante e santificante di per se stesso.
Di solito il Piccolo Ufficio della Madonna viene sostituito con la recita del Rosario o con altre preghiere stabilite dal sacerdote all’atto della consegna dello scapolare.
La commutazione deve essere fatta nell’orizzonte del mantenersi uniti a Dio nel compimento dei propri doveri e tenendo nel debito conto le condizioni di vita dei singoli soggetti.
Mi piace ricordare che inizialmente chi non poteva recitare il Piccolo Ufficio della Madonna perché era analfabeta o si trovava nell’impossibilità di recitarlo, era tenuto all’astinenza dalle carni il mercoledì, venerdì e sabato.

Emanuele M. Onifade sdv
Preghiera alla Beata Vergine Maria del Carmelo

Vergine pietosissima del Carmine, Voi che siete la gioia della Chiesa trionfante, l’aiuto della Chiese militante, siete pure Il conforto della Chiesa purgante. Deh, stendete adunque la Vostra destra pietosa verso tante Anime che penano nel fuoco del Purgatorio, e liberatele, facendo sì che presto siano ammesse alla visione beatificante del Cielo Ricordatevi, o Santa Vergine, dl soccorrere specialmente quelle dei miei parenti, dei miei benefattori e tutte quelle altresì che sono più abbandonate e defraudate di suffragi. Versate o pietosissima Signora, in larga copia sopra le Spose elette del Signore i meriti del Sangue prezioso di Gesù Cristo, affinché restino esse refrigerate nel gaudio eterno. E voi, Anime benedette che tanto potete presso Dio colle vostre preghiere, deh, intercedete per noi e liberateci da tutti i pericoli dell'anima e del corpo; proteggete le nostre famiglie, affinché a tutti sia concesso di essere ammessi all'eterna beatitudine. Così sia.



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1Il Monte Carmelo fa parte di una catena montuosa che si trova in Galilea e raggiunge i 546 metri di altezza per un'estensione di 25 km. Si affaccia sul Mediterraneo.
2S. De Fiores – S. Meo edd, Nuovo Dizionario di Mariologia, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo 1986, p. 281.
3Cfr. G. Hierzemberger – O. Nedomansky, Dizionario cronologico delle apparizioni della Madonna, Piemme, Casale Monferrato 1996, p. 74.
4Il testo si trova, sebbene incompleto, già nel primo Messale Carmelitano, intorno al 1300.

giovedì 30 maggio 2019

LE ROGAZIONI: alcune nozioni storiche e liturgiche di eventi che non tramontano

In occasione della celebrazione, più o meno solenne, in varie parti del mondo cattolico, delle Rogazioni minori, avevo pensato di scrivere qualcosa di sintetico e accurato al tempo stesso. Alla fine ho deciso di affidarmi a una penna eccezionale, collaudata dalla santità e dalla competenza, qual è l'opera dell'abate Gueranger. Anche in questo suo scritto, che si presenta come garanzia di accuratezza e di verità, presenta in maniera chiara e distinta quanto altrove sarebbe difficile (se non quasi impossibile) reperire. Le Rogazioni sopravvivono, più o meno chiaramente, nella tradizione religiosa popolare. Ma esse sono un evento di Chiesa! Non possono essere relegate a qualche pia pratica che i fedeli biascicano quasi fra se stessi. Abbiamo il dovere di riprendere e incrementare questo e altri tesori che ci sono stati consegnati. Celebrare le Rogazioni vuol dire rinnovare la fede in Dio Signore del tempo e della storia, reggitore del cosmo, il quale con la sua provvidenza mantiene tutto nell'esistenza e ci provvede di quanto necessitiamo. Le Rogazioni sono la manifestazione della nostra fede nella Divina Provvidenza e l'impetrazione della sua infinita misericordia.
E. Onifade sdv 
Origine delle Rogazioni
Dobbiamo ora render conto del come, ed in quale occasione, il Ciclo liturgico si è completato, in quest'epoca, con l'introduzione dei tre giorni, durante i quali la santa Chiesa, ancora raggiante degli splendori della Risurrezione, sembra volere improvvisamente retrocedere fino al lutto quaresimale. Lo Spirito Santo, che la dirige in qualunque cosa, ha voluto che, poco dopo la metà del quinto secolo, una semplice Chiesa delle Gallie desse principio a questo rito che si estese poi rapidamente a tutta la cattolicità, dalla quale fu ricevuto come un complemento della liturgia pasquale.
La Chiesa di Vienna, una delle più illustri e delle più antiche della Gallia meridionale, circa l'anno 470, aveva come Vescovo san Mamerto. Calamità di ogni genere erano venute a portare la desolazione in questa provincia, di recente conquistata dai Burgundi. Terremoti, incendi, fenomeni paurosi agitavano le popolazioni, come fossero stati segni della collera divina. Il santo Vescovo che desiderava risollevare il morale del suo popolo e portarlo a Dio, la cui giustizia aveva bisogno di essere placata, prescrisse tre giorni di espiazione, durante i quali i fedeli dovevano darsi ad opere di penitenza e andare in processione al canto dei salmi. Per mettere in pratica questa pia risoluzione, furono scelti i tre giorni che precedono l'Ascensione. Senza prevederlo, il santo Vescovo di Vienna gettava così le basi di una istituzione che tutta la Chiesa avrebbe poi adottato [1].
Cominciarono i Galli, come era giusto. Sant'Alcino Avit, che successe quasi immediatamente a san Mamerto nella sede di Vienna, attesta che la pratica delle Rogazioni era già consolidata in quella Chiesa [2]. San Cesario d'Arles, al principio del sesto secolo, ne parla come di un uso già esteso altrove, designando almeno con queste parole tutta quella porzione di Galli che allora si trovavano sotto il giogo dei Visigoti [3].
Leggendo i canoni del primo concilio di Orléans tenuto nel 511 e che raccoglieva tutte le province che riconoscevano l'autorità di Clodoveo, si nota chiaramente che essi affermano come l'intera Gallia non tardò ad adottarlo. I regolamenti del concilio, a proposito delle Rogazioni, danno una chiara idea dell'importanza che si annetteva a questa istituzione. Non solamente è prescritta l'astinenza dalle carni durante quei tre giorni, ma il digiuno è di precetto. Vi si ordina ugualmente di dispensare dal lavoro le persone di servizio, affinché possano prendere parte alle lunghe funzioni che si terranno in quei tre giorni (can. 27). Nel 567, il concilio di Tours sanzionava pure l'obbligo del digiuno durante le Rogazioni (can. 17); e in quanto all'obbligo dell'astensione dal lavoro durante quei tre giorni, si trova anche riconosciuto nei Capitolari di Carlo Magno e di Carlo il Calvo.

La processione delle Rogazioni
Il rito principale nelle Chiese dei Galli durante questi tre giorni consistette, fin dall'origine, in quelle marce solenni, accompagnate da supplichevoli cantici, che furono chiamate Processioni, perché esse sfilano da un luogo all'altro. San Cesario d'Arles ci dice che quelle che avevano luogo per le Rogazioni, duravano sei ore intere, di modo che quando il clero si sentiva troppo stanco per la lunghezza dei canti, le donne cantavano a loro volta per lasciare ai ministri della Chiesa il tempo di respirare [4]. Questo dettaglio, che troviamo negli usi delle Chiese dei Galli in quell'epoca primitiva, può aiutarci a pesare l'indiscrezione di quelli che, nei tempi moderni, hanno insistito per l'abolizione di alcune processioni che occupavano una parte notevole della giornata, pensando che una manifestazione così lunga dovesse essere per se stessa considerata come un abuso.
La partenza della Processione delle Rogazioni era preceduta dall'imposizione delle ceneri sulla testa di quelli che vi avrebbero preso parte, ossia dell'intero popolo, perché tutti vi partecipavano. Aveva poi luogo l'aspersione dell'acqua benedetta; dopo di che, il corteo si metteva in cammino. La Processione era formata dal clero e dal popolo di parecchie Chiese secondarie che procedevano sotto la croce di una Chiesa principale, il clero della quale presiedeva la funzione. Tutti, sacerdoti e laici, camminavano a piedi nudi. Si cantavano le Litanie, i Salmi, le Antifone, e ci si recava a qualche Basilica, designata per la Stazione, dove si celebrava il santo Sacrificio. Durante la strada si visitavano le Chiese che s'incontravano per via, cantandovi un'Antifona, per lodare il mistero, od il santo, sotto il cui titolo erano state consacrate.

Grandi esempi
Tali erano alle origini, e tali sono stati per un pezzo, i riti osservati durante le Rogazioni. Il monaco di San Gallo che ci ha lasciato memorie così preziose su Carlo Magno, ci dice che il grande imperatore in quei giorni si toglieva i calzari come l'ultimo dei fedeli e camminava a piedi nudi seguendo la croce, dal suo palazzo fino alla Chiesa della Stazione [5]. Nel XIII secolo santa Elisabetta di Ungheria dava pure il medesimo esempio; era ben felice, durante le Rogazioni, di confondersi con le povere donne del popolo, camminando anch'essa a piedi nudi, ricoperta di una rozza veste di lana. San Carlo Borromeo, che rinnovò nella Chiesa di Milano tanti usi dell'antichità, non trascurò certo quello delle Rogazioni. Mediante la sue cure ed i suoi esempi, rianimò nel popolo l'antico zelo per una pratica così santa, esigendo dai suoi diocesani il digiuno durante tre giorni, digiuno che egli stesso osservava a pane ed acqua. La Processione, alla quale tutto il clero della città era tenuto ad assistere e che cominciava con l'imposizione delle ceneri, partiva dal Duomo, allo spuntar del giorno, e non vi rientrava che alle tre o alle quattro del pomeriggio, avendo visitato: il lunedì tredici chiese; nove il martedì; e undici il mercoledì. In una di esse l'Arcivescovo celebrava il santo Sacrificio e indirizzava la parola al suo popolo [6]. Se si paragona lo zelo dei nostri padri per la santificazione di queste tre giornate, con la noncuranza che oggi, specialmente nelle città, accompagna la celebrazione delle Rogazioni, non potremo fare a meno di riconoscere anche qui uno dei segni dell'indebolimento del senso cristiano nella società moderna. Eppure, quanto importanti sono i fini che si propone la santa Chiesa in queste Processioni, alle quali dovrebbero prendere parte tutti i fedeli che hanno la possibilità di farlo e che, invece di consacrare quel tempo al servizio di Dio per mezzo delle opere di vera pietà cattolica, lo passano in devozioni private, che non potranno attirare su di essi le stesse grazie, né portare alla comunità cristiana i medesimi aiuti di edificazione!

Le Rogazioni nella Chiesa d'Occidente
Le Rogazioni dalla Gallia si estesero rapidamente in tutta la Chiesa d'Occidente. Nel VII
secolo erano già stabilite nella Spagna, e non tardarono poi ad introdursi in Inghilterra e, più tardi, nelle nuove Chiese della Germania, man mano che esse venivano fondate. La stessa Roma l'adottò, nell'801, sotto il Pontificato di san Leone III. Fu poco tempo dopo che le Chiese dei Galli, avendo rinunciato alla Liturgia Gallicana per prendere quella di Roma, ammisero nei loro usi la Processione di san Marco. Ma si ebbe questa differenza: che a Roma si conservò alla Processione del 25 aprile il nome di Litania maggiore, e si chiamarono Litanie minori quelle delle Rogazioni; mentre in Francia, queste ultime furono designate con l'appellativo di Litanie maggiori, riservando il nome di minori per la Litania di san Marco.
Ma la Chiesa romana, senza disapprovare la devozione di quelle dei Galli, che avevano creduto bene dover introdurre nel Tempo Pasquale tre giorni di osservanza quaresimale, non adottò tale rigore. Le ripugnava di rattristare col digiuno la lieta quarantena che Gesù risorto aveva accordato anche ai suoi discepoli; si limitò dunque a prescrivere solo l'astinenza dalle carni durante questi tre giorni, pratica che fu mantenuta nel corso dei secoli, fino al momento in cui, per l'indebolimento generale dei costumi cristiani della nostra epoca, fu costretta a modificare l'antica disciplina su questo punto. La Chiesa di Milano che, come abbiamo visto, conserva, con tanta severità, l'istituzione delle Rogazioni, l'ha trasportata al lunedì, martedì e mercoledì che seguono la domenica nell'Ottava dell'Ascensione, ossia dopo i quaranta giorni consacrati a celebrare la Risurrezione.
Bisogna, dunque, per restare in questo vero equilibrio da cui la Chiesa romana mai si distacca, valutare le Rogazioni come una santa istituzione che viene a temperare le nostre gioie pasquali, ma non ad annullarle.
Il colore viola, adoperato per la Processione e per la Messa della Stazione, non ha più lo scopo d'indicarci ancora la dipartita dello Sposo (Ct 8); ma ci avverte che la separazione è vicina; e l'astinenza, che un tempo era imposta in questi tre giorni, pur non essendo accompagnata dal digiuno, era già una manifestazione anticipata del dolore della Chiesa, conscia che la presenza del Redentore le sarebbe stata presto rapita.
Oggi il diritto ecclesiastico non menziona più il lunedì, martedì e mercoledì delle Rogazioni tra quei giorni in cui la legge dell'astinenza obbliga ancora i fedeli [7]. È ben triste che l'indebolimento del sentimento cristiano nelle generazioni del tempo nostro, e le domande di dispense sempre più numerose, abbiano reso necessario quest'abbandono dell'antica disciplina. È un'espiazione di meno, un'intercessione di meno, un soccorso di meno, in un secolo già così povero dei mezzi per i quali la vita cristiana si conserva, diviene indulgente il cielo, si ottengono grazie di salvezza. Possano i veri fedeli concludere che l'assistenza alle Processioni di questi tre giorni è divenuta più opportuna che mai, e che è urgente, unendosi alla preghiera liturgica, di compensare in questo modo, l'abolizione di una legge salutare che datava da così lungo tempo, e che, nelle sue esigenze pesava tanto leggermente sulla nostra mollezza! Possa una sì venerata istituzione, sanzionata dalle leggi della Chiesa e dalla pratica di tanti secoli, restare sempre in vigore in quella Francia che, col suo esempio, ha imposto a tutto il mondo cattolico la solennità delle Rogazioni! Secondo l'attuale disciplina della Chiesa, le Processioni per le Rogazioni, la cui intenzione è d'implorare la misericordia di Dio offeso per i peccati degli uomini, ed ottenere la protezione celeste sui beni della terra, sono accompagnate dal canto delle Litanie dei Santi, e completate da una messa speciale che si celebra sia nella Chiesa della Stazione, sia nella Chiesa stessa da dove la Processione è partita, a meno che non debba fermarsi in qualche altro Santuario.

Le Litanie dei Santi
Non si stimeranno mai troppo le Litanie dei Santi per il potere e l'efficacia che hanno. La Chiesa vi ha sempre ricorso in tutte le grandi occasioni, come ad un mezzo atto a rendersi propizio l'aiuto di Dio, rivolgendosi a tutta la corte celeste.
Se non potessimo prendere parte alle Processioni delle Rogazioni, che si recitino, almeno, queste Litanie in unione con la Chiesa: si avrà parte nei benefici di una istituzione così santa, e si contribuirà ad ottenere le grazie che la cristianità, in questi tre giorni, sollecita da tutti i luoghi; avremo anche compiuto atto di vero cattolico.
Inseriamo qui la Messa delle Rogazioni, ch'è uguale per i tre giorni.
Tutto vi parla della necessità e del potere della preghiera. La Chiesa riveste il colore quaresimale che ne esprime le intenzioni espiatrici, ma tutto in lei emana la fiducia e la speranza di essere esaudita; si sente che ella si appoggia sull'amore del suo Sposo risorto.

MESSA DELLE ROGAZIONI
EPISTOLA (Gc 5,16-20). - Carissimi: Confessate l'uno all'altro i vostri peccati, e pregate l'uno per l'altro per essere salvati, perché molto può l'assidua preghiera del giusto. Elia era un uomo soggetto alle miserie come noi, eppure, avendo pregato ardentemente, perché non piovesse sopra la terra, non piovve per tre anni e sei mesi. Poi di nuovo pregò; e il cielo donò la pioggia e la terra diede il suo frutto. Fratelli miei, se alcuno di voi si allontana dalla verità, e uno lo converte, sappia che chi richiama un peccatore dal suo errore, salverà l'anima di lui e cancellerà una moltitudine di peccati.

Il fine delle Rogazioni
La processione delle Rogazioni minori
(il giorno dell'Ascenzione) a Priverno (LT), anni '50
È ancora dall'Apostolo san Giacomo il Minore che la santa Chiesa prende oggi l'Epistola; e non sapremmo abbastanza ammirare quanto vengano a proposito le parole dell'ispirato scrittore. Uno dei fini dell'istituzione delle Rogazioni è di ottenere dalla bontà di Dio la temperatura favorevole ai frutti della terra, e san Giacomo ci mostra, con l'esempio di Elia, che la preghiera può rendere il cielo sereno, o farne discendere una pioggia fecondatrice. Imitiamo la fede del Profeta, e raccomandiamo al Signore i raccolti, che hanno ancora tanto bisogno della sua bontà per arrivare a maturazione e per sfuggire ai flagelli che potrebbero riversarsi su di essi. Altro scopo delle Rogazioni è di ottenere la remissione dei peccati. Se noi preghiamo con fervore per i nostri fratelli traviati, otterremo in loro favore particolare misericordia. Noi forse non conosceremo mai, in questo mondo, coloro che la nostra preghiera, unita a quella della santa Chiesa, avrà salvato sulla via del peccato; ma l'Apostolo c'insegna che la nostra carità riceverà la più preziosa delle ricompense, ossia l'effusione della misericordia di Dio su noi stessi.

VANGELO (Lc 11,5-13). - In quel tempo: disse Gesù ai suoi discepoli: se uno di voi ha un amico, e va da lui a mezzanotte a dirgli: Amico, prestami tre pani, perché un amico mio è arrivato di viaggio in casa mia e non ho che porgli davanti, e quello di dentro, rispondendo, dica: non mi dar noia: l'uscio è già chiuso, ed i miei figlioli sono con me a letto: e non posso levarmi a darteli; ma se l'altro seguiterà a picchiare, vi assicuro, che, anche se non si levasse a darglieli perché è suo amico, tuttavia, almeno per togliersi l'importunità di lui, si leverà a dargliene quante ne ha bisogno.
Ed io vi dico: chiedete e vi sarà dato, cercate e troverete, picchiate e vi sarà aperto. Infatti colui che chiede riceve; colui che cerca trova, e a colui che picchia sarà aperto. E se alcuno tra di voi domanda al Padre un pane gli darà forse un sasso? e se un pesce, gli darà invece un serpente? e se chiede un uovo, gli darà uno scorpione? Se voi, dunque, pur essendo cattivi, sapete dare cose buone ai vostri figlioli, quanto più il vostro Padre del cielo darà sicuramente lo Spirito buono a tutti coloro che glielo domandano.

Potenza della preghiera
Vi è niente di più espressivo nei Vangeli, per esprimere l'infinita potenza della preghiera, che queste parole del Salvatore. La santa Chiesa, facendocele leggere oggi, ci mostra senza dubbio a sufficienza l'importanza delle Rogazioni, poiché in questi giorni ella ci rivela la virtù dell'intercessione, che trionfa anche del rifiuto stesso di Dio. La scelta della lettura delle sacre scritture nella Liturgia, è un insegnamento permanente e sempre dato a proposito. Abbiamo dovuto riconoscerlo fin qui. In questi tre giorni, in cui si tratta di placare il cielo già offeso, niente era più necessario che di far ben capire ai cristiani il potere che esercita su Dio stesso l'insistenza nella preghiera. Le Litanie che sono state cantate nel corso della Processione ci offrono un modello di questa santa ostinazione nella domanda. Non abbiamo cessato di ripetere: "Signore! abbi pietà; liberaci Signore! te ne supplichiamo, esaudiscici!". In questo momento si prepara la mediazione dell'Agnello pasquale offerto sull'altare; e tra pochi istanti unirà la sua intercessione, sempre efficace, ai nostri deboli voti. Muniti di un tale pegno, noi potremo ritirarci sicuri di non aver pregato invano. Prendiamo dunque anche la risoluzione di non tenerci più lontani dalla Chiesa nelle sue cerimonie, e di preferire sempre la preghiera fatta insieme a lei, a qualunque altra che noi potremmo offrire a Dio in particolare; e ciò in tutti i giorni in cui ella vorrà invitarci a prender parte ai doveri impetrativi che, nel nostro interesse, rende al suo celeste Sposo.


[1] Bisogna tuttavia riconoscere che Mamerto non fu il creatore di questa solennità; egli non fece che precisarne lo svolgimento liturgico e fissarne la data. Effettivamente, noi vediamo che queste processioni avevano luogo anche a Milano, non durante i tre giorni che precedono l'Ascensione, ma nella settimana seguente; e in Spagna, il concilio di Girona, tenuto nel 517, ordinava processioni nel giovedì, venerdì e sabato dopo la Pentecoste. D'altronde, Sidone Apollinare, contemporaneo di Mamerto, dice che queste processioni esistevano già prima di Mamerto, ma che egli dette loro una solennità più grande (Rev. Ben., t. XXXIV. p. 17).
[2] Omelia sulle Rogazioni.
[3] Discorso CLXXII, tra i discorsi di sant'Agostino.
[4] Discorso CLXXIV. Herbertus Turritanus, Miracul., l. I, c.xxi.
[5] De Rebus bellicis Caroli Magni, c. xvi.
[6] Giussano, Vita di san Carlo Borromeo.
[7] CIC, can. 1252.

da: Dom Prosper Guéranger, L'anno liturgico. - II. Tempo Pasquale e dopo la Pentecoste, trad. it. L. Roberti, P. Graziani e P. Suffia, Alba, 1959, p. 201-208.


Chiesa santa e santificatrice


 Alcune riflessioni sulla scorta dell'ecclesiologia paradossale di H. De Lubac 1 

L'attualità di alcune considerazioni, emergenti soprattutto dalla lettura di Paradosso e mistero della Chiesa, Meditazione sulla Chiesa e Cattolicismo2, alcune opere della vasta produzione di Henri de Lubac (Cambrai, 20 febbraio 1896 – Parigi, 4 settembre 1991), accende delle luci in grado di ravvivare la riflessione ecclesiologica di coloro che vivono in questa particolarissima congiuntura storica.
La Chiesa è in crisi; ma essa non può essere in crisi: sono gli uomini di Chiesa che lo sono, smarriti nelle derive di un cristianesimo a basso costo e nella corsa sfrenata verso quello che di più basso c'è nel mondo, ammaliati e malati dallo spiritus mondanitatis, lontani dalla sequela della divina vocazione, confusi da un falso cristianesimo; e seppure rischiano di offuscare la bellezza della Sposa di Cristo, tuttavia il volto della Vergine-Madre-Sposa è sempre rifulgente della bellezza che trae dal volto di Cristo suo Sposo, che le dona di generare continuamente nuovi figli nel suo grembo prolifico nello Spirito Santo mediante il Battesimo per la gloria del Padre.
Mistero complesso (complexus, misto), quello della Chiesa, mistero che affascina eppure stordisce. È complesso proprio perché misto: peccatori e santi convivono generando una continua lotta fra il peccato e la grazia, fra la luce e le tenebre, l'ombra e lo splendore.

La Chiesa, Corpo mistico di Cristo vivo, è santa e santificatrice (e non santa e peccatrice). Se non fosse santificatrice non potrebbe essere tramite della grazia che ci giunge per i meriti di Cristo.
È santa non per virtù propria (“Non guardare ai nostri peccati”) ma per la santità del suo Fondatore che la rigenera continuamente mediante il suo Spirito e la abbevera alle fonti della salvezza per la generazione spirituale dei figli di Dio. Essa santifica per mezzo dei sacramenti e del vangelo: il sangue e l'acqua che discendono dalla croce di Cristo la santificano e rinnovano della sua perenne giovinezza.
Ma attenzione: bisogna sempre tener presente che la Chiesa è santa e santificatrice costituita da peccatori. Sono questi coloro che devono essere santificati. Se è vero, come è vero, che la Chiesa è santa (santo è il suo Fondatore, santo è il fine per il quale l'ha creata, santi sono la maggior parte dei suoi membri, e non solo nella gloria) è vero anche che i suoi membri sono tutti peccatori chiamati alla santità. Coloro che hanno già risposto all'invito della grazia sono santi, gli altri non lo sono ancora, essendo chiamati alla conversione. Da notare: per santi non si intendono gli impeccabili ma coloro che con il loro cammino di fede illuminano la Chiesa e fanno sì che essa mostri più chiaramente la bellezza della santità, segno della bellezza che traspare radiosa dal volto di Cristo. Tutti i membri della Chiesa sono, quindi, peccatori: peccatori convertiti, in stato di conversione, o ancora giacenti nel peccato. Ma tutti peccatori, in quanto sono l'oggetto della santificazione che la Chiesa è chiamata e abilitata a propagare.
La Chiesa di Cristo, quindi, è santa ma contiene nel suo seno anche peccatori; è questo il paradosso. Romano Guardini parla di opposizioni polari: la grazia e la libertà, ad esempio, che si oppongono ma non sono opposte (opposizione apparente). Altra opposione: penitenza e rinnovamento perché tutti i fedeli sono peccatori. Il termine fedeli deriva da fides: fede e fedeltà. La Chiesa è fedele al Signore perché non ha mai voluto perdere la fede (communio sacramentalis et communio sanctorum). De Lubac preferisce parlare per coppie: evidenzia le tre dimensioni della Chiesa: visibile-gerarchica, invisibile-mistica3, escatologica. Le prime due nella storia, l'altra alla fine dei tempi, quando questo mistero complesso (Corpus Christi mixtum) si manifesterà in tutta la sua bellezza.
Mezzi principali per la santificazione del popolo di Dio (cui appartengono tutti, gerarchia e laici) sono i sacramenti, mezzi efficaci della grazia che traggono la loro efficacia proprio dall'umanità di Cristo crocifisso (San Tommaso). Senza di questi mezzi imprescindibili l'opera della santifificazione universale non si compie. Le vie del Signore sono infinite, è vero, ma per quanto possiamo saperne noi (in quanto la Verità stessa, Gesù Cristo benedetto, ce lo ha rivelato), la giustificazione di Cristo può compiersi nella assoluta libertà che compete all'Autore della legge stessa, ma ordinariamente dobbiamo ritenere che la Grazia segue i canali che essa stessa ha scelto e usato con efficacia.

La Chiesa è mia madre: mi ha trasmesso tutto, la Chiesa è mia madre. Sì, la Chiesa, tutta la Chiesa, quella delle generazioni passate, che m’hanno trasmesso la vita, i suoi insegnamenti, i suoi esempi, le sue abitudini, il suo amore – e quella di oggi; tutta la Chiesa; non solamente la Chiesa ufficiale, o la Chiesa docente, o come diciamo la Chiesa gerarchica, quella che detiene le chiavi che le ha affidato il Signore, ma in senso più largo, più semplice, «la Chiesa vivente »: quella che lavora e prega, che agisce e contempla, che ricorda e cerca; la Chiesa che crede, spera, ama; che nelle mille situazioni dell’esistenza tesse fra i suoi membri legami visibili e invisibili; la Chiesa degli umili, vicini a Cristo: quella specie di armata segreta che viene reclutata da ogni parte, che perdura anche nelle epoche di decadenza, che si dedica, si sacrifica, senza idea di rivolta e nemmeno di riforma, che risale incessantemente la china della nostra greve natura, che testimonia così nel silenzio come il Vangelo sia sempre fecondo e il Regno sia già in mezzo a noi” (Paradosso e mistero della Chiesa, p.4). “I rimproveri li sento tutti, mi rimbombano nelle orecchie. Non tutti sono senza fondamento. Se i miei occhi non sempre li vedono è perché non sono ancora sensibile”.

La Chiesa non è la somma dei numeri ma la totalità di Cristo-Capo. L'uomo deve entrare nel Corpo di Cristo (mistico-ecclesiale) per entrare con lui nel seno (regno) del Padre.
Entrare nella Chiesa (non solo materialmente) non è tradire la mia cultura ma ritrovare la mia identità.

____________________
1La Nouvelle Theologie, al centro di un intensa analisi e ripetute giuste e doverose segnalazioni da parte del Sant'Uffizio non rientra specificamente nella mia formazione neotomista e quindi neoscolastica. La lettura di alcuni testi di De Lubac mi ha suggerito nuove piste per la mia riflessione ecclesiologica per nulla in contrasto con la manualistica, sebbene vadano lette coi dovuti distinguo. De Lubac fa ricorso continuamente ai Padri e ai Dottori della Chiesa. Da questi studi ho ricavato grande vantaggio. Altri autori della Nuovelle Theologie non mostrano altrettanta chiarezza né i loro scritti meritano grande stima.
2H. de Lubac, Meditazione sulla Chiesa, Jaka Book, Milano 2017; Cattolicismo. Aspetti sociali del dogma, Jaka Book, Milano; Paradosso e mistero della Chiesa, Jaka Book, Milano 2017. I volumi fanno parte dell'opera omnia pubblicata nella sezione Chiesa da Jaka Book in collaborazione con l'Istituto Teologico di Lugano.
3Qui occorre notare che bisogna sempre evitare una nettissima distinzione fra una Chiesa visibile e una invisibile, come vorrebbero invece i luterani. Per usare i termini ed evitare nel contempo fraintendimenti o accostamenti ai “transalpini” il Nostro pone accanto all'aggettivo invisibile il termine mistica.

sabato 17 novembre 2018

Lex orandi, lex credendi: traduzioni o tradimenti?


Le ovvie conseguenze dell'ignoranza delle lingue classiche (nella lettera e nelle sfumature) e della malafede nei confronti dei Padri, degli antichi Scrittori e della Tradizione; unite a una buona dose di compiacenza con lo spirito mondano, che tanto ha detto e tanto ha fatto per l'abbassamento del livello della fede a semplice conoscenza e della carità di Dio e del prossimo a mera filantropia, possono portare a leggerezza e travisamenti riguardo anche alle cose più santamente date per certe e condivise. Per non parlare dell'influsso del metodo storico-critico usato indiscriminatamente, con la volontà di riuscire a piegare (e quindi tradire) addirittura le ipsissima verba D. N. J. C. al proprio uso e consumo, secondo il mutare dei tempi e delle circostanze col proprio capriccio per nulla soprannaturale. La soluzione? Continuare con l'uso delle editiones typicae e della liturgia antica. Onde evitare i travisamenti delle guide (cieche).
Tutto questo, sotto sotto, è frutto di una errata antropologia teologica, che tende sempre più alla eliminazione delle differenze e all'appiattimento dei concetti basilari della teologia e del catechismo. Mi spiego meglio: affermare che Dio dona la pace agli uomini che ama, cioè a tutti, piace più del fatto che Egli doni la pace agli uomini di buona volontà, cioè tutti coloro che lo cercano con cuore sincero e, avendo ascoltato la sua voce lo conoscono, lo amano e quindi lo servono. Alle orecchie dei contemporanei certe espressioni suonano meglio: sanno di inclusione, di differenze che non hanno più ragion d'essere e di quell'irenismo che tanto piace a chi non ha niente a che fare con la nostra santa fede. Parole belle, ma di significati più sfumati, passibili di interpretazioni più leggere e libere, che fanno sorpassare di gran lunga i tempi in cui si diceva la necessità dell'impegno dell'uomo sostenuto dalla grazia di Dio nella vita cristiana. Sembra di poter parafrasare il sola fides, sola gratia, di nefasta memoria transalpina.
Chi non è addetto ai lavori potrebbe accusarmi di complottismo o di malafede nei confronti di chi ha compreso adesso quello che per secoli nessuno aveva capito (!). O potrebbe giustamente dirmi di smetterla con queste questioni di lana caprina che assolutamente non cambiano niente, anzi migliorano (?) l'intelligenza delle cose di Dio.
Queste, si potrebbe obiettare, sono argomentazioni che derivano da interpretazioni (che possono essere) personali e soggettive.

13 καὶ (e) ἐξαίφνης (subito) ἐγένετο (apparve) σὺν τῷ ἀγγέλῳ (con l'angelo) πλῆθος (una moltitudine) στρατιᾶς οὐρανίου (dell'esercito del cielo) αἰνούντων τὸν θεὸν (che lodava Dio) καὶ λεγόντων (e che diceva:)·14Δόξα (gloria) ἐν ὑψίστοις (nei cieli altissimi) θεῷ (a Dio) καὶ ἐπὶ γῆς (e sulla terra) εἰρήνη (pace) ἐν ἀνθρώποις (fra gli uomini) εὐδοκίας (di buona volontà).

Εὐδοκία, sostantivo femminile che indica:
1) volontà, scelta;
1a) buona volontà, intenzione gentile, benevolenza;
  1. delizia, piacere, soddisfazione;
  2. desiderio.

“Eudokìas” è un genitivo singolare ed è riferito a una qualità degli uomini chiamati in causa, qualità propria (genitivo) "di buona volontà", non principalmente gli uomini “della benevolenza” ("che Dio ama"). A livello di traduzione ci potrebbe anche stare. Ma se teniamo presente la sapienza di San Gerolamo e la sua profonda conoscenza dei testi, non possiamo assolutamente dubitare della sua buona fede e della sua competenza. Per non mettere in causa anche la costante Tradizione dei Padri, dei Dottori e della liturgia. Tutti costoro hanno sempre sbagliato? Nessuno si è accorto prima di adesso dei refusi? Duemila anni sono tanti e chi era più vicino alla comprensione della lingua e dei testi erano coloro a essi contemporanei o immediatamente più vicini. Non certo noi.

Quella del Gloria è una modifica che può portare disorientamento anche per via dell'Editio typica (e.typ.), che comunque resta “bonae voluntatis”. Si creerà la stessa differenza fra “pro vobis et pro multis” (diversa dal messale vernacolare italiano) e del “Domine, non sum dignus”, che nella e.typ. cita le parole del centurione ma nella traduzione italiana riporta: “non son degno di partecipare alla tua mensa” per “non sum dignus ut intres sub tectum meum”. Molto distante.

La modifica del Gloria verte su una sfumatura di significato (sebbene possa prestare il fianco a più grandi interpolazioni teologiche). Quella della penultima domanda del Pater noster è un travisamento che non riguarda sfumature ma questioni più profonde. 


«Dal testo originale greco: “καὶ μὴ εἰσενέγκῃς ἡμᾶς εἰς πειρασμόν”. La parola di interesse è “εἰσενέγκῃς” (eisenekes), che per secoli è stata tradotta con “indurre”, ed invece nella nuova traduzione vediamo “non abbandonarci” (come i cavoli a merenda). Il verbo greco “eisenekes” è l’aoristo infinito di “eispherein” composto dalla particella avverbiale “eis” (‘in, verso’, indicante cioè un movimento in una certa direzione) e da “phérein” (‘portare’) che significa esattamente ‘portar verso’, ‘portar dentro’. Per di più, è legato al sostantivo “peirasmón” (‘prova, tentazione’) mediante un nuovo “eis”, che non è se non il termine già visto, usato però qui come preposizione.
Tale preposizione regge naturalmente l’accusativo, caso di per sé caratterizzante il “complemento” di moto a luogo. Anzi, a differenza di quanto accade ad esempio in latino e in tedesco con la preposizione in, eis può reggere solo l’accusativo.
Come si vede, dunque, il costrutto greco presenta una chiara “ridondanza”, ossia sottolinea ripetutamente il movimento che alla tentazione conduce, per cui è evidentemente fuori luogo ogni traduzione – tipo “non abbandonarci nella tentazione” – che faccia invece pensare a un processo essenzialmente statico.
Il latino “in-ducere”, molto opportunamente usato da San Girolamo nella Vulgata (traduzione della Bibbia dall’ebraico e greco al latino fatta da Girolamo nel IV secolo), essendo composto da ‘in’ (‘dentro, verso’) e ‘ducere’ (‘condurre, portare’), corrisponde puntualmente al greco “eisphérein”; e naturalmente è seguito da un altro in (questa volta preposizione) e dall’accusativo “temptationem”, con strettissima analogia quindi rispetto al costrutto greco (rendere “eispherein” con “inducere” e “peirasmon” con “temptationem”, potrebbe quasi corrispondere almeno idealmente a una sorta di traduzione pedissequa. L'aver tradotto in italiano: “non ci indurre in tentazione” è una esatta traslitterazione, una sorta di latinismo, ndr).
Quanto poi all’italiano “indurre in”, esso riproduce esattamente la costruzione del verbo latino da cui deriva e a cui equivale sotto il profilo semantico.
Dunque la traduzione più giusta, che rimane fedele al testo è quella che è sempre stata: “non ci indurre in tentazione”. Ogni altra traduzione è fuorviante, e oserei dire anche grottesca»
(fin qui Don Nicola Bux).

Tutto questo in virtù della presunta autonomia delle Conferenze episcopali locali rispetto alla Sede apostolica, alla quale comunque (sebbene pro forma) sono tenuti a inviare le proposte per l'approvazione e la divulgazione delle novità. Sarò un nostalgico del centralismo romano di stampo preconciliare, ma almeno in quel modo (non sempre condivisibile) si garantiva l'oggettività della norma e la sicurezza della dottrina. In questo momento mi informano che in Francia già è stata cambiata da un anno la traduzione: la stessa proposta adesso dai vescovi italiani.

I termini sono specchio di quel che si pensa. E se si cambia la lex orandi