domenica 5 febbraio 2017

"Vojo canta' così ... fior de limone!" ... Riflessioni e sorrisi sul ritorno di Pasquino





Era da un po' che Pasquino taceva.

Chi è romano lo conosce bene. Chi sa la storia lo conosce meglio ancora. Una voce che nel corso dei secoli ha fatto spesso e volentieri compagnia alla polizia pontificia, al popolo e … al Papa. 

Devo dire che ho sorriso qualche giorno fa quando Pasquino ha scelto metodi più moderni ma ci ha salutato, ci ha detto la sua, ci ha fatto sentire che ancora vive. Questo compagno di viaggio ci rassicura circa la sua sopravvivenza e inquieta molti col suo dire. Eppure non c'è niente di più tradizionalmente romano di questo chiacchierone. Per secoli ha dato voce a chi voce non aveva ed è stato spesso usato, col suo fare satirico, come denuncia quieta di qualcosa che non andava. E dico “quieta” perché tipicamente romana. A Roma non si fa chiasso, non ci si inquieta, si vive sereni anche in mezzo alla bufera. Si sa che l'acqua sotto i ponti del Tevere scorre sempre. Tutto passa. “Nun te preoccupa'”.

“La sua voce è questo chiacchierone di pietra, sempre lui, Pasquino”, diceva nel film di Magni, Nell'anno del Signore, il prefetto di Roma che parlava con Cornacchia durante la sua ronda notturna: “Il popolo sembra che dorme … ma gli unici che dormono a Roma siamo noi che stiamo sempre svegli ...”.

Una levata di scudi, uno straccio di vesti …

Gente che inneggia alla sacralità del Papa e sui social fa un gran parlare contro Pasquino. Non sanno la storia, vogliono ancora le parrucche.

Purtroppo noi risentiamo ancora di quel “pregiudizio”, per così dire, papalino successivo agli eventi napoleonici prima e risorgimentali poi. La Chiesa soffriva guai e persecuzioni e il Santo Padre divenne ancora più santo, sia giustamente nel pensiero del popolo cristiano, sia realmente, e non si può negare. Ma spesso questa considerazione è sfociata in un sentimentalismo assai fuori luogo. “Chi tocca il Papa muore”, urlava in Piazza San Pietro l'Azione Cattolica negli anni del Concilio. Abbiamo avuto Papi santi e ancora ne avremo. Ma ridurre sempre tutto a un misticismo fuori luogo e a frasi ad effetto non serve a gran ché. Da che mondo è mondo e da che la Chiesa è Chiesa, le scelte di governo, le scelte decisionali del Papa sono sempre state oggetto di discussione, di confronto, di critica … e spesso di satira, come oggi. Non gettiamo fango su Pasquino! Gettare fango su di lui vuol dire coprire di ridicolo noi.

La levata di scudi dei papalini non ha senso. Qui non viene attaccato il magistero papale, né tanto meno il Papa come successore dell'apostolo Pietro … si scherza solamente (satira) sulle scelte di governo del capo-vicario della Chiesa visibile come organismo di società nel mondo. Io ci metto la mano sul fuoco e me la brucio: Pasquino parla solo di questioni temporali e non certo il suo intento era quello di danneggiare il Vicario di Cristo. L'infallibilità papale (Concilio Vaticano I), ricordiamolo, non riguarda le scelte di governo del Papa ma solamente le questioni di fede e di morale insegnate solennemente con l'autorità che deriva da mandato petrino, esercitato ex cathedra.

Cum grano salis bisogna ogni tanto ricorrere a quel sano pragmatismo romano ... 

Amici miei, non siamo, vi prego, “più papisti del Papa”! Facciamo parlare pure Pasquino, facciamoci una risata “alla romana”, sereni e viviamo serenamente.


“Nun je da' retta, Roma, Pietro lo sa, soride e te benedice uguale!” ...










per la celebre interpretazione di Pasquino, da parte di Nino Manfredi, cui ho fatto riferimento nell'articolo vedere il link di seguito ... 

Nino Manfredi ... Pasquino

E. O.
5 febbraio 2017
Sant'Agata

sabato 7 gennaio 2017

La festa di uno Sconosciuto. Riflessioni e analisi disincantate su fenomeni diffusi

La festa di uno Sconosciuto
Riflessioni e analisi disincantate su fenomeni diffusi

Con la solita fredda abitudine abbiamo assistito a un fenomeno che accade da tempo, mai esorcizzato per finto buonismo o anche per una tacita condiscendenza. A Natale e a Pasqua specialmente si avvistano in chiesa strani generi di cristiani, i così detti “natalini” e “pasqualini”. Si tratta di persone notoriamente allergiche all'odore della cera o al profumo dell'incenso, i quali proprio quando costretti dall'impellente stimolo di una morta tradizione, che nulla dice alla psicologia più profonda, o costretti dalla molestia di un parente, si trovano, loro malgrado, nelle navate di una chiesa, letteralmente “posati” su un banco, spesso con le gambe accavallate o con uno smartphone in mano, assistono a riti vuoti di significato. Assistono al ripetersi di vuote cerimonie senza senso, nell'attesa che tutto finisca il prima possibile. Altri, più educati, vanno in chiesa per ossequio a una tradizione che sa di poesia. La vita è poesia, ma se essa è superficiale ne deriva che superficiali poesiole avranno da essere gli eventi di Natale: la culla col Bambino, Verbo di Dio Incarnato, e le vicissitudini della Santa Famiglia. Poesiole che lasciano il tempo che trovano, data la velocità con la quale passano presto i giorni e i momenti di fine dicembre. Passato il tempo, passata la devozione.

E ... arrivederci a Pasqua, dove molti, più o meno impegnati nelle sacre rappresentazioni e via crucis viventi, si trovano catapultati in eventi di cui non comprendono il significato. Qualcuno che anche lo comprende di fatto lo irride. Molti di quelli che fanno rappresentazioni sceniche di tal genere, stanchi o scettici, dimenticano di fare una buona confessione e di partecipare alla messa di Pasqua, presi come sono dalle crapule che questi giorni si portano appresso.

Mi perdonino i miei tredici lettori, ma vedendo il rinnovarsi di queste malsane abutidini in questi giorni che a molti scivolano addosso come niente fosse, ho sentito il dovere di accendere un campanello d'allarme … per chi sente!

Il Natale è diventato un evento di consumo, di marketing et similia. Si fa festa. Ma perché si fa festa? E soprattutto: per chi si fa festa?

In un mondo dal pensiero liquido e dalla vita fatta di relazioni che rischiano di tendere al liquido o al virtuale si perdono di vista le motivazioni. E se mancano queste non si coglie il senso di quel che si fa. Ha senso festeggiare un evento prescindendo dal protagonista che ne è la causa scatenante ed efficiente? Come si fa a festeggiare il Natale?

Natale vuol dire nascita. La nascita di chi? Non ho mai assistito a un compleanno nel quale si va a casa del festeggiato e lo si ignora. Ma si mangia e si beve in suo nome! Si prendono ferie e si va in vacanza in nome di chi volutamente si lascia da parte. In un altro contesto potremmo dire che gli ospiti sono dei maleducati che andrebbero cacciati via in malo modo. Ma poiché si tratta di contesti smielati tutto accettiamo e tutto, poveri sempre più, giustifichiamo. Apprezzerei di più l'atteggiamento di chi dicesse di essere ateo o indifferente e andasse dal suo datore di lavoro e dire: Io voglio lavorare nei giorni delle festività religiose e fare lo straordinario la domenica: infatti non sono credente. Ma dove il pensiero è liquido e le motivazioni inesistenti o inconsistenti si arriva all'assurdo. Prendiamo motivo dalle feste religiose per fare quel comodo che ci pare. Seppur conveniente alla conta dei fatti questo modo di fare risulta incoerente.

Di tale incoerenza è ammalata la nostra Europa, o quel che ne rimane. Da continente morale di è trasformata in pascolo di banche e avventori. Scorribanda di massoni e volponi più o meno raffinati.

Et lux in tenebris lucet! Ma Natale viene a dirci che la luce (Cristo) splende fra le tenebre e queste non l'hanno vinta (Gv 1,5). Anche il ritmo del mondo sembra dirci lo stesso, con l'alba che disperde le tenebre e il sole che disperde il gelo. Quanto tempo dovrà ancora passare perché quel sole e quella luce che da duemila anni ci illuminano possano finalmente riscaldare il nostro cuore e muovere gli affetti e le intelligenze verso più pieni appagamenti, verso porti più sicuri e rifugi meno incerti?

La luce splende! Possono darsi da fare quanto vogliono i poteri forti per schiacciare quel bambino, per uccidere gli innocenti o per farne tacere gli araldi. Qualsiasi cosa facciano o pensino, perdendo i giorni e le notti per le loro trame nulla possono contro questa luce che si irradia. I ladri e gli assassini della notte possono indaffararsi quanto vogliono per nascondere nel buio e nell'ombra le loro trame: il sole che sorge le rivelerà e saranno sbugiardati. Le macchinazioni vengono alla luce e sono schiacciate dalla forza di quella abbagliante verità.

Le tenebre vorrebbero avvolgere la Chiesa e spesso riescono a coinvolgere nelle loro trame molti uomini di Chiesa, nonostante i costanti avvertimenti di Papa Francesco. In un mondo decadente la Chiesa non può che tendere alla decadenza, vivendo nel mondo, ma non volendo, almeno in teoria, abbracciare lo spirito del mondo. Toccato il fondo vedremo le luci dell'alba, che daranno ancora speranza alla nostra vita e luce alle nostre intelligenze; energie nuove! Di qua e di là danno conforto iniziative e idee nuove, capaci di ignorare le immondizie sparse volutamente in ogni dove, per riprendere la purezza e la incidenza dell'annuncio cristiano. In alto i nostri cuori! Il sole di Cristo illumina, riscalda e … libera! Quella luce è una persona; e parla a me e a te e chiede di essere accolta, per darti la vita eterna e rivelarti te stesso e il tuo destino eterno.

Non vi rivolgo l'augurio pagano di “buon anno”, ma vi auguro di riscoprire il più profondo senso dell'umanità propria di ognuno per essere illuminati, riscaldati e liberati da quella luce non intermittente che da duemila anni ci conforta e ci indica la via, Lui stesso.

1In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era in principio presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
16Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato”.



sabato 14 novembre 2015

Nel mese dei morti un'anima rilucente guizza nell'oggi di Dio. Don Angelo Ricci oltre l'esilio

13 novembre 2015

Novembre è definito a ragione come il mese dei morti. In questi giorni sono stati molti i fedeli che sono passati all'altra vita, quella vera, quella definitiva.

Martedì scorso mi sono recato a Carpineto Romano (negli ultimi giorni ci sono andato spesso) per visitare un mio educatore del Seminario minore che, ammalato, lì era assistito amorevolmente dai suoi familiari. Sono rimasto colpito dal loro affetto e dalla loro assoluta disponibilità nei suoi confronti: sono queste le caratteristiche che sempre possiamo riscontrare nella nostra brava gente ciociara. Non voleva che io me ne andassi. Gli dissi che era tardi … “Aspetta, rimani ancora un po' ...”. Me lo disse più volte. Non potevo dirgli di no. S'era fatto veramente tardi e potei finalmente congedarmi. “Quando torni?”. “Un giorno della settimana prossima … forse lunedì”. “No! Devi venire prima!”. “Verrò venerdì allora”. “No. Prima!”. Immaginavo che sarebbe successo qualcosa prima di quel giorno. Strane coincidenze. Oppure conferme. Sì: conferme di quello che penso da tempo e che ultimamente mi si sta dimostrando dall'esperienza. Io penso che questi vegliardi sappiano intuire il momento del trapasso.

Non voleva che me ne andassi; non voleva che arrivassi tardi.

Questo il mio ultimo dialogo con don Angelo Ricci, classe 1923, sacerdote come quelli di una volta, serio e rispettoso. Un uomo di Dio, un educatore attento e preciso, meticoloso per le cose del buon Dio. Un esempio per molti, almeno per noi cresciuti alla sua scuola. Una scuola fatta di poche parole e tanti fatti, come sapevano far bene i preti di una volta. Quanti esempi! Quanta dottrina provata nei suoi insegnamenti. Un vero amante appassionato di Gesù Cristo. La sua preghiera era autentica e costante, senza fronzoli, quella appresa alla scuola dei gesuiti del Collegio Leoniano. 

Don Angelo era il mio confessore. Gli ho sempre voluto bene. Mi ha sempre cercato. Mi ha sempre seguito, anche quando la cattiveria umana e l'incomprensione mi portarono lontano, ad altre scelte. Anche in questo caso la Provvidenza scriveva il suo romanzo. Ma quanta saggezza da quei colloqui. Quanta gioia nel ritornare “a casa” a trovare un amico di sempre. Uno che stava lì e ti aspettava, perché sapeva che saresti tornato dove hai le radici.


Mi sono confrontato spesso col mio amico Luigi, con il quale andavamo a trovarlo spesso, specie nel suo ultimo soggiorno carpinetano. Siamo rimasti molto legati al nostro buon Canonico, come sentivamo che il sentimento era reciproco. Noi, gli irriducibili, quelli fedeli, della vecchia scuola del Seminario Vescovile, gente che non dimentica chi gli ha fatto del bene. Saper ricordare … E oggi c'eravamo.

Ricordare …

Ripensare alla storia terrena di questo umile e dotto prete ciociaro è ripercorrere la storia di Anagni e della sua diocesi nell'ultimo secolo (novantadue anni). Rivederlo giovane nella sequela del Vescovo Mons. Compagnone. È vedere la storia della fangosa Tufano, della bella Morolo, della ridente Carpineto, della Colonia estiva di Mondragone. E saper scorgere nei luoghi e negli attori le nostre persone, i nostri volti, la nostra storia. Sapeva costruirla, lui, la storia, sistemarla e tramandarla. Pensiamo al Palio rinascimentale di San Magno. Pensiamo alla Cattedrale restaurata dalla perizia e dalla competenza di un sacerdote cieco, superstite del Capitolo, che con la memoria sapeva vedere quello che a noi sfuggiva.

E chi può dire quello che passa nel mio cuore in questo momento? Adesso che mi trovo a scrivere, come un dolce dovere, una memoria sua. Scrivere un testo che lo ricordi è scrivere anche di me, di Luigi, di Marcolino, di tutti coloro che hanno avuto la grazia di incontrare questo mistico contemporaneo (non esagero) e gli sono stati fedeli fino alla fine. Saper ricordare.

So che la mia stesura è incompleta. Non potrebbe essere altrimenti. Chi legge e sa potrà bene integrare queste brevi tracce con quello che non ha scordato e che adesso gli balza davanti nitido e fresco.

Quanta sapienza, quella vera, quella umile di chi si mette a servizio delle giovani generazioni, quelle del Seminario come quelle delle Scuole (insegnò per molti anni nell'Istituto magistrale di Anagni). Una cultura che non ti umilia ma ti accresce, che ti riempie di qualcosa che ti sorpassa e che non appartiene a te e a nessuno di questa misera terra.

Ognuno di noi da oggi è più povero.

Quanta gente oggi a salutarti ad Anagni, nella tua città di adozione. Nella tua Chiesa, che hai amato e servito: ci sei di grande esempio. Interprete di tutti è stato il Vescovo. Ci ha letto il tuo testamento spirituale, essenziale. Si è commosso più volte. Ti ha ricordato bene, lo sai. Ha tratteggiato bene quello che tutti sapevamo e che adesso si palesava più vivido di prima. La morte rende eterno il transitorio. Fedele servitore della Chiesa. Pastore di anime attento e scrupoloso. Memoria vivente della nostra storia. Biblioteca, anzi archivio per noi sempre pronto a donare. Qualche volta la tua fiducia incondizionata è stata tradita da chi ha voluto approfittare anche della tua malattia.

Noi ti vogliamo bene e preghiamo il Padre delle misericordie che ti abbia accanto a Sé in cielo, a pregare e intercedere per noi. Gli ultimi tempi sono stati vissuti con grande sofferenza. Hai avuto modo di guadagnare il paradiso e di meritare per tutti. Continua a ricordarti di noi. Preparaci un posto là dove non c'è più sofferenza o male che possa allontanarci dal nostro eterno destino di felicità.

Per noi si è aperta un'altra finestra in cielo: da lì ti affacci e ci guardi. Ci benedici e ci sorridi. Sento la tua mano che mi si posa sulla testa, come quando da ragazzo mi assolvevi e più recentemente mi consolavi e mi incoraggiavi. Quella mano mi accarezza e mi dice: “Confida in Dio”. Un bacio a quella tomba e un pensiero grato e riconoscente alla tua anima immortale che già vola e riluce nel sole di Dio.


Ciao, Don A'!!

mercoledì 23 settembre 2015

In cerca di volti ... "la bonifica delle anime" ... un breve ricordo di don Renato

Un giorno di cinque anni fa, di questi tempi, arrivai a Latina. Non conoscevo nessuno o quasi. Mi presentai alla Parrocchia alla quale il Vescovo mi aveva assegnato. A dire la verità non sapevo bene neanche dove fosse; sapevo tuttavia che era a Latina. A quei tempi ero ancora troppo povero per il navigatore. Arrivai. Trovai un sacco di bambini che attendevano il catechismo. Entrai in chiesa e mi inginocchiai per qualche minuto. Arriva un sacerdote: quello lo conoscevo, almeno di fama. Mi si accostò e si presentò. Sapevo che era di Sezze, l'antica sede vescovile confinante con la mia (Priverno), che nel corso della storia non c'era stata mai troppo amica. Pur tuttavia quella vicinanza fra i due paesi mi allargò il cuore e mi fece tirare un sospiro di sollevo. Avevo un conterraneo più grande di me di quasi settant'anni. Mi stimò fin da subito, anche quando gli eventi mi portarono altrove. Una lettera, una telefonata, una visita … trovava sempre il modo per farsi presente.

Questo e molto altro era Monsignor Renato Carlo Di Veroli, vicario episcopale, vicario generale ... parroco, sacerdote, cultore saggio, fratello, amico, don Renato! Una persona che sapeva farsi presente, andare incontro al suo interlocutore, quello che la Provvidenza gli metteva davanti, senza pregiudizi e senza il timore di doversi confrontare con chi potrebbe non comprenderti o osteggiarti. Posso dire senza enfasi che l'incontro più importante, la conoscenza più significativa (non me ne vogliano i miei amici latinensi!) è stata quella. Un incontro che mi ha segnato, un'amicizia che mi ha insegnato tanto. Ho scritto bene: con don Renato eravamo amici. Egli era capace di farsi amico dei suoi figlioli. Sapeva cosa dire e quando era il caso di tacere. Sapeva anche difendere dalle ingiustizie chi veniva ferito o vilipeso. Con quel garbo e quella sapienza che viene (non sempre) con l'età. Con la stima dei vescovi e la fiducia dei potenti, con le mani e il cuore sempre protesi al popolo!

Non conoscevo, quando arrivai, assolutamente nulla o quasi della storia religiosa di Latina, città assolutamente distante, a livello sociale e di sensibilità storica, dalla mia amata Priverno (che vanta origini pre-romane). Mi donò il suo libro. E lì io scoprii la mia Parrocchia. Immaginavo volti e situazioni … e alla luce di quel passato comprendevo il presente. Stimavo quei protagonisti e pensavo che i pionieri non furono solo quelli della prima ora o narrati dalle cronache. Pensai che don Renato assomigliava neanche poco a quell'altro setino (stavolta di adozione) che fu abate e santo, Lidano d'Antena. Questi venne dalle sue tranquillità, da quel di Montecassino a rifondare quel che era in rovina; venne a “bonificare le anime” (per usare un'espressione di un altro setino, mio amico e giornalista). Anche don Renato venne a bonificare e anime, a confortare, edificare, mantenere, tramandare e sorvegliare a che lupi rapaci non venissero a distruggere e sradicare. Rimase come un vegliardo a guardare a che nulla andasse perduto. A perpetuare la memoria; di cose antiche che spiegano il presente: senza di quelle non capiamo nulla, neanche chi siamo.

In cerca di volti … sempre, anche quando l'età lo ha costretto a ritirarsi in casa. Incontri, parole, gesti, cuore a cuore, che rimarranno per sempre scolpiti nel mio cuore e, spero, in quelli che saranno i miei atti sacerdotali.

Questa la mia testimonianza, il mio tributo dovuto a don Renato. All'amico, alla guida, al compagno di viaggio. Sono questi i testimoni che ci fanno capire che ne vale la pena, che non si soffre mai troppo a causa del Regno e che sull'altare si sta appesi alla croce insieme a Cristo.

Le mie parole sono vere. Chi mi conosce sa che non sono troppo avvezzo agli elogi, né per me né per gli altri. Ma qui emerge il dovere di giustizia.


Se devo essere sincero faccio molta difficoltà a pensare una Latina senza don Renato!
Ma egli non se n'è andato! Rimane il suo ricordo in ciò che ci ha trasmesso e negli insegnamenti che ci ha donato, negli ideali in cui credeva e nel modo di edificare.

Quel mio amico giornalista ha scritto, nel suo ricordo, che don Renato gli disse di sì mentre gli altri erano impegnati. E lui sapeva bene a che si riferiva (qui: http://www.latinaquotidiano.it/quando-don-renato-mi-disse-si-mentre-gli-altri-erano-impegnati/).

Non si negava, sapeva di essere chiamato a una missione superiore, che trascende gli uomini appunto per servire l'uomo e non gli uomini, in mille faccende affaccendati. Sapeva qual era la sua missione, una missione che non gli apparteneva, che lo sorpassava, lo prescindeva … ma lo riguardava e lo immergeva pienamente nell'ideale sacerdotale.


"Il valore di un uomo - dice la Sacra Scrittura - si riconosce nel momento della morte". Quanta saggezza nella tua vita; quanta saggezza nella morte! Sobrietà e compostezza ...

Adesso raccoglie il premio delle sue fatiche e invoca per noi quella benedizione che noi invochiamo per lui. Ancora su di noi quel segno di benedizione e quel tuo caro sorriso rassicurante. “Avanti, coraggio!”. E così sia!

mercoledì 2 settembre 2015

IN RICORDO DI UN PADRE, DI UN MAESTRO, DI UN AMICO ...

Una sera di settembre di dodici anni fa, la seconda, un'anima bella ci ha lasciato per andare incontro a Colui che fra tutti più aveva amato nella sua vita. E noi fummo i fortunati che la bontà di Dio volle appartenessimo al suo gregge, oggetto della sua cura e del suo affetto. Un giorno come tanti ... una sera nella quale una stella splende più di altre, da allora ci guarda e ci benedice. Ci ricorda chi siamo, verso dove andiamo e come dobbiamo camminare. Una sera nella quale abbiamo visto allontanarsi dai nostri occhi un padre, un maestro, un amico.
Padre: sollecito e premuroso verso tutti noi, piccoli e grandi uomini che camminiamo nella storia,
Maestro: delle eterne verità che al cielo sono via. Maestro non solo per giungere all'aldilà, ma anche su come si agisce su questa terra. Quanto ci hai insegnato nel tema della carità, della fede, della speranza cristiana! Nessuno che veniva da te tornava a casa come era prima. Ci hai insegnato a sperare sempre, perché il buon Dio è fedele alle sue promesse. Ci hai insegnato ad amare il prossimo vedendo in lui sempre un'occasione di crescita nell'amor di Dio. Ci hai fatto vedere con l'esempio come si aiuta chi è in difficoltà. Ci hai innamorato di Dio, della Madonna, di Sant'Antonio, del glorioso San Tommaso. Le tue parole in occasione di tali festività ci risuonano ancora care al cuore. Espressioni di dolcezza e confidenza infinita. Ci hai fatto capire che la vita cristiana è lotta, è sacrificio ... che va vissuto con amore, con slancio e, perché no, col sorriso sulle labbra. Ci hai fatto sempre sorridere, anche quando la vita con te è stata dura e la malattia ti ha costretto alla sedia a rotelle. Ci hai fatto capire quanto si ama il proprio servizio sacerdotale e che il proprio gregge non si abbandona mai, neanche se stanchi, fiaccato dall'età o dal male. Ci hai detto tanto con la tua vita, la tua predicazione e la tua generosità, tu che subito dopo la guerra ne hai viste tante. A voi giovani preti di allora venne chiesto tanto. Sacrifici e cuore per aiutare chi dalla guerra usciva deluso e privato spesso anche della dignità. La scuola, la parrocchia, il seminario ... in ogni luogo una parola buona, una parola di cielo, che plasmata sulla terra portasse al cielo!
Un amico: questo eri e sei per noi. Riuscivi a essere prossimo a tutti, piccoli e grandi, con i tuoi gesti, le tue parole precise, il tuo stile inconfondibile .... A tutti ti facevi vicino e sapevi dire il giusto a tempo debito. Quanti ragazzi da te hanno ricevuto quell'istruzione che li ha fatti buoni cristiani. Quanti ammalati da te hanno avuto conforto. Quanti morenti con te vicino hanno visto l'eterno giorno di Dio!
Noi siamo quel popolo che ti è sempre stato accanto. Noi siamo quei discepoli che nell'ultima ora non si sono vergognati del proprio padre e maestro, del loro amico più caro! Siamo noi che dal tuo esempio abbiamo avuto tanto. Di questi esempi non ce ne sono più molti. Gran parte del clero si è lasciato corrompere dallo spirito di mondanità, si è lasciato vincere dal vizio o dalla tiepidezza, dal sonno e dalla vigliaccheria. Gente che lascia le sue pecorelle nel deserto del mondo e pensa di operare bene, quando in realtà servono solo se stessi e i propri piccoli piccoli interessi. Quanta nostalgia! Nostalgia di parole chiare, che non ingannavano nessuno, che dicevano il vero e aiutavano chi era nel bisogno con la forza della verità, della trasparenza, parole che venivano dal cuore e che a questo arrivavano dirette. Siamo noi quei tuoi figlioli che speriamo siano degni di essere chiamati così come si sentono.
Continua a benedirci, tu che ben ci conosci e sai quello che sta nel nostro cuore! Tu che costruivi ponti, che intessevi relazioni, che sapevi parlare a tutti, umili e potenti.
Noi di te non ci scorderemo mai, sicuri che tu ci stai aspettando alla porta del cielo per portarci con te accanto a Gesù, a Maria, a Sant'Antonio ...
Da ieri che ti penso. Per me e per altri tuoi figli questa giornata è sempre carica di nostalgia, di ricordi, di affetto e di preghiera.
Oggi, nella chiesa della mia comunità, la Santa Messa di stasera sarà in tuo ricordo, come la comunione di ieri e di oggi, pegno e assicurazione della comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo nella quale i tuoi figlioli sanno di essere legati a te per sempre. Noi preghiamo per te, perché il buon Dio doni la pace alla tua anima devota e la introduca alla sua visione beatifica.
Tu continua a benedirci e a sorriderci, tu che ci commuovi sempre!
"Ab interitu vitae" ... "dum volvitur orbis" ... Arrivederci!!






giovedì 12 febbraio 2015

"SALVIAMO GLI ORSI!" ...

Salviamo gli orsi!
 Riflessioni sui paradossi di oggi e di domani

Qualche giorno fa mi è arrivata una richiesta da Facebook: un mio amico mi chiedeva di apporre il mio “like” a una pagina “Salviamo gli orsi”, sulla quale si enunciavano in maniera chiara e distinta le necessità legate al tema. E si illustrava talmente bene da spronare anche il più pigro frequentatore a cliccare quel “mi piace”, necessariamente.

Questa faccenda, se volete anche un po' disimpegnata, mi ha dato modo di riflettere su quanto sia paradossale il mondo in cui viviamo e quali sono le preoccupazioni che assillano tante persone in tante e simili faccende affaccendate. “Salviamo gli orsi” …
Subito la mia mente riflessiva si è allontanata dal tema proposto e mi ha portato lontano, oltre il Mediterraneo in Medio Oriente. E ho pensato agli orsi veri, quelli di cui i frequentatori di Facebook non si curano troppo. Ho pensato ai miei confratelli cristiani che, vittime della violenza e del sopruso, anche oggi sono martiri, testimoni di un qualcosa che va oltre e che chiede vita e sangue, come è stato per il capostipite, Gesù Cristo. Vita e sangue, ieri come oggi e probabilmente domani ancor di più.
Ma quel motto non mi lasciava la mente: “Salviamo gli orsi”.

Miei cari tredici lettori (spero che non diminuiate con la lettura del mio articolo sgangherato!), sarò anche cinico o insensibile, ma vi dirò, e lo confesso, che a me questo motto non dice niente. Farò storcere il naso a qualche benpensante amico degli animali; ma a me degli orsi non me ne importa niente.

Il Padreterno, nella sua infinita bontà ha chiamato l'uomo alla custodia del creato, ci mancherebbe, ma soprattutto alla custodia del fratello. Anche se lontani noi siamo legati a quella gente che manco conosciamo … e lo siamo non in virtù della carne, né per virtù del sangue, ma per la figliolanza ricevuta nel Battesimo. È un vincolo molto più grande quello che ci lega alle persone!
Ma questo non ci interessa … “Salviamo gli orsi!”.

Un giorno che ormai credo non sarà poi troppo lontano ci accorgeremo che le nostre preoccupazioni sono altre, legate ad altri interessi ben più grandi e profondi, ma che non credo ci realizzeranno appieno. L'orso che ci minaccia di chiama ISIS:

La violenza e le minacce dell’Isis non danno tregua. In un messaggio audio di 42 minuti diffuso su Twitter, il portavoce dei jihadisti, Abu Muhammed Al Adnani, attacca nuovamente la comunità cristiana occidentale: “Conquisteremo la vostra Roma (intesa come simbolo della cristianità, ndr), distruggeremo la croce e prenderemo le vostre donne”. Il fondamentalista invita anche i sostenitori dell’autoproclamato califfato a compiere omicidi contro i civili di quei paesi che hanno preso parte alla coalizione anti-Isis: “Uccidete i miscredenti in qualunque modo”, ha continuato”. Almeno fin qui Il Fatto quotidiano.

E allora il motto che mi girava nella testa è cambiato: “Attenti agli orsi!”. Di questi bisogna temere la reazione, mentre di quegli altri (gli orsi veri) già la conosciamo e sappiamo come aggirarla. Ma con una piccola differenza: gli orsi che vogliamo salvare li conosciamo e ci si mostrano tali quali sono, mentre quegli altri non li conosceremo mai troppo bene. E questi, travestiti da orsi carucci, un giorno fanno esplodere una bomba, un giorno decapitano gente, un giorno danno fuoco e spargono sale. E noi non ce ne accorgiamo: crediamo sempre che il problema sia lontano e non ci riguardi. Ma quando il problema sarà presso di noi e ci colpirà con inaudita prevaricazione e odio allora sarà troppo tardi. E quelli che ora vengono chiamati profeti di sventura e gridano nel deserto delle cosciente relativizzate, verranno chiamati a dare un consiglio, ma ormai non servirà a tanto.

E questi amici lo hanno capito: l'Occidente non si conquista con le armi (c'hanno provato qualche secolo fa e hanno capito che non ci sarebbero riusciti), ma con le idee e con l'intromissione silenziosa, quella del sottobosco e del retroterra culturale. L'Occidente sarebbe cascato da solo, vittima di se stesso e del suo relativo benessere assolutizzato e divinizzato. A causa dell'indifferenza e dell'indifferentismo cadiamo vittime di quelle bombe ben più pericolose, che minano l'esistenza stessa di un continente che non vuole e non sa riconoscere le sue origini e la sua sussistenza in una persona e in un evento: Gesù Cristo e il Cristianesimo, che per noi fu faro di civiltà e luminosa rocca, fortezza fatta roccia contro gli assalti mortiferi della sottocultura e della prevaricazione. Lampada risplendente che sola diceva della dignità della persona e della importanza della sua piena realizzazione. E questo tanto quegli orsi quanto questi non lo sanno e non lo vogliono sapere.

Che Dio ci aiuti ….

Salviamo gli orsi!” ...



http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/22/isis-nuovo-messaggio-attaccate-i-civili-cristiani-conquisteremo-la-vostra-roma/1128778/

giovedì 27 novembre 2014

UROR ET INCENDO: Fiamma e brace ardente ...


UROR ET INCENDO: FIAMMA ARDENTE DEL CUORE, 

STELLA LUMINOSA NEL CIELO DI DIO
La breve intensa giornata sacerdotale di Don Giuseppe Canovai


In Cruce oro et pugno! E' il motto del nostro Servo di Dio.

L'anima di Don Giuseppe Canovai è una scintilla che guizza e corre nell'oggi di Dio, che illumina e contagia quanti hanno avuto la grazia di incontrarlo nei suoi scritti e nella testimonianza luminosa di quanti lo ebbero per padre e maestro, ispiratore e nocchiero verso lidi più puri, verso scelte più forti, verso una vita più santa. Dare a Cristo

Mons. Giuseppe Canovai era nato a Roma il 27 dicembre 1904 e aveva conseguito la maturità classica nel Liceo Visconti. Intraprese gli studi di Filosofia e Teologia alla Pontificia Università Gregoriana contemporaneamente a quelli di Giurisprudenza alla Università della Sapienza 1.


Avrebbe desiderato abbracciare in l'ideale della Compagnia di Gesù ma la vita non glielo permise: alla morte del padre dovette sovvenire alle necessità della famigliola, essendo la mamma ammalata ed egli figlio unico. E, quando si trattò di scegliere di concretizzare quella vocazione avvertita e verificata, il suo Padre spirituale, il P. Enrico Rosa (gesuita) lo indirizzò verso il Sacerdozio diocesano. Don Giuseppe manterrà l'impronta religiosa (in particolare quella gesuitica) per tutta la vita: attingerà dalla spiritualità ignaziana in ogni momento. Fu alunno dell'Almo Collegio Capranica, godendo la stima dei Superiori, e sempre alla Gregoriana conseguì la laurea dottorale in Diritto canonico. Divenuto Sacerdote gli venne assegnata la cura degli universitari (Assistente diocesano della FUCI). Avrebbe voluto continuare la vita di apostolato a servizio dei giovani e nella direzione spirituale, ma venne chiamato, per meriti (non avendo frequentato l'Accademia ecclesiastica), alla carriera diplomatica. E arrivò alla Congregazione per i Seminari prima e in Segreteria di Stato poi. Possiamo compendiare in un trittico la sua sintesi del Sacerdozio cattolico: Sacerdozio, Messa e Breviario. Con queste parole ne appare chiara l'essenza e l'altissima vocazione: l'integrale conformazione a Cristo 2.

Fu l'ispiratore di un movimento laicale, l'Opera Regina Crucis, fondata a Tivoli nel 1936 dalla Signorina Tommasina Alfieri, sua figlia spirituale (movimento che nel corso del tempo ha mutato il suo nome in Opera Familia Christi). Avrebbe desiderato seguire lo sviluppo di questa famiglia di anime, congregata dall'amore di Cristo, ma venne chiamato ad un ulteriore incarico di responsabilità: Uditore di Nunziatura a Buenos Aires3. All'attività diplomatica univa una fervente vita apostolica (conferenze, ritiri, esercizi spirituali, direzione spirituale di giovani, seminaristi e preti … fu un autentico missionario, tanto da essere venerato e acclamato santo da quel popolo lontano che lo adottò come suo apostolo). Amante di Cristo e servitore instancabile della Chiesa, si offrì vittima per impedire l'approvazione di leggi ingiuste. Estenuato e provato da una irreversibile peritonite concluse in poco tempo la sua già breve giornata terrena. Si addormentò nel Signore, fra spasimi incredibili, l'11 novembre 1942, dopo appena undici anni di Sacerdozio. Fu allora che si scoprirono sul suo corpo i segni di una acerbissima vita di penitenza, segno impresso nella carne per l'amore infiammante e consumante per l'Amato divino.

Il motto programmatico di Don Giuseppe, verso la fine della vita, si sviluppa ulteriormente in alto, sempre più attratto dalla fiamma di Dio che riscalda e consuma: Uror et incendo. Alla sera della sua vita, alba di eternità, quest'anima eletta non è più un lumicino, un barlume sconosciuto o anonimo ai più: vive, incendiata, di paradiso, di sublimi altezze, di vette raggiunte e di mani tese a chi ancora tentenna, lotta e soffre sballottato fra i marosi dell'esistenza quotidiana, segnata da peccato e redenzione. A tutti adesso propone quella luce, a tutti una parola: “Vivi e muori infiammata dell'amore di Dio!”. È una scintilla formidabile, che tutto ciò che tocca infiamma, trasfigura e traghetta oltre il limite, incendia, incandescente ogni tratto della persona e la fa lampada che si consuma davanti a Dio sacramentato … La lampada si consuma: tale è stata l'esperienza di Don Canovai, consumato interamente da una malattia irreversibile, della quale mai aveva parlato ad alcuno, scoperta ormai troppo tardi (sul letto di morte), eletta come ulteriore gradino da ascendere, ulteriore strumento per consumarsi totalmente in Dio, vittima di espiazione e d'amore, ad imitazione del Cristo crocifisso4. La scintilla adesso è brace ardente, che tutto accende: brucia di desiderio, si consuma nell'attesa dell'unione intima e definitiva con l'amato Signore, unico amore di quella radiosa e catalizzante esistenza. Arde fulmineo, anela incessantemente a Lui, freme, non sopporta l'attesa, s'illumina, riscalda, si consuma, brucia …. è ormai incandescente: Uror et incendo! È pronto a incontrare lo Sposo. Un unico rimpianto, tenero e cordiale: in Paradiso non potrà più celebrare la sua Messa: “In Cielo non vi sarà rimpianto di terra... eppure quando... sarò nel fulgore della tua gloria... non ti potrò palpare con le mie mani, non ti potrò sollevare in alto tra cielo e terra, non ti potrò ridonare alle anime, non ti potrò nascondere, carne viva e vivificante di Dio, nel mio cuore e avrò... nostalgia dell’Altare... So che è assurdo, perché Tu sarai tutto in tutti... che mi perderò faccia a faccia in Te... ma il mio Paradiso è il tuo altare, mensa dei tuoi amici, contemplazione della tua Presenza, donazione della tua vita, effusione del tuo spirito, glorificazione del tuo Padre, convegno dei tuoi angeli, gaudio dei tuoi figli, gioia dei tuoi giusti, pace dei tuoi servi. Quando invoco l’Angelo misterioso del Sacrificio, mi sembra che la mia offerta penetri nel mistero del Padre; quando incrocio l’Ostia sul Calice, mi sembra che il mio gesto sacerdotale sia fuso alla vita della Trinità tutta santa e questa risplenda nel candore dell’Ostia; quando lascio cadere nel Calice il frammento dell’Ostia, mi sembra che l’Onnipotenza di Dio risuscitante il suo Cristo palpiti nel fremito delle mie mani! (Diario manoscritto, 10 ottobre 1939)5.

Gli piaceva pensarsi sotto la croce, accanto a Maria come il discepolo prediletto, ad intercedere dal Figlio di Dio la linfa per sopravvivere in questo esilio e la luce per comprendere le grandi scelte che ogni giorno ci attendono6.

Un'anima grande, sempre rapita e assorta nel mistero di Dio. Ma non un serioso osservatore del mondo dal tono distaccato e sprezzante. Si impegnava generosamente ogni giorno con la sua preghiera e il suo apostolato per l'avvento concreto del Regno di Dio nelle anime, novella incarnazione di Dio nella storia, in quella personale come in quella universale.

Mi ha commosso soprattutto - aveva appuntato nel 1941 - la ricerca di Dio nella più umile delle preghiere, la preghiera vocale… il Rosario, i Pater, le Ave, ripetute qua e là durante la nostra giornata, le giaculatorie dette quasi a mezza bocca quando l’anima è stanca e affaticata, laVia Crucis, le formule delle preghiere preferite che si pronunziano quasi solo accennando le sillabe tanto sono note, le litanie della Vergine, le litanie dei Santi, i salmi della penitenza e della gioia, tutte parole sante con cui si chiede Dio, con cui si implora la sua vasta discesa nel nostro spirito, in cui l’anima si apre per essere invasa, si umilia, si atterra avanti a Dio per essere raccolta dalla sua misericordia. Piccole e umili preghiere delle nostre labbra stanche! […] Quando mancheranno le forze per ornare la casa interiore dell’anima e tutto sarà consumato, quando le labbra morenti appena potranno muoversi, voi umili sorelle minori della mia meditazione segreta, voi fiorirete ancora sulle mie labbra spente a cercare la misericordia di Gesù e la dolcezza di Maria”.

Anima ostia, vittima con Cristo nel martirio quotidiano: “Intendo offrire intero tutto me stesso, vorrei interamente offrirmi a Lui nei triplici voti della vita religiosa, ma questo non mi è concesso; mi è concesso però di unire al voto di verginità una offerta più ampia, di rinunziare cioè fin da ora a qualunque godimento terreno e al desiderio di averlo, intendo cioè fin d’ora di rinunciare ai miei beni e, se non potrò rinunziarvi interamente, vivere distaccato da essi, come se non li possedessi; voto di ubbidienza a quanto il mio P. Spirituale e i superiori della Chiesa mi comanderanno e in ogni modo di rafforzare lo spirito di ubbidienza per essere pronto di rinunziare appena potrò alla mia volontà. Ecco l’offerta che oggi presento al mio dolce Redentore e, perché a Lui è più cara, la presento sotto il voto di verginità come aspirazione e caparra di purezza e di verginità che sono le virtù che Egli vuole nei suoi eletti perché così sono più simili alle creature del cielo, agli angeli suoi» (Diario, 21 giugno 1924).
La stella luminosa accesa dal Servo di Dio nella divina costellazione non verrà mai meno, come pure quelle sempre nuove apostoliche conquiste per le quali consacrò la sua vita e la sua morte. Le sue altissime aspirazioni e i suoi alti ideali, unite ai suoi esempi di vita cristiana e sacerdotale, continuano a vivere ancora oggi nella vita e nelle attività della Congregazione della Familia Christi, ultimo frutto germinato dal cuore di Don Giuseppe, promanante da un suo ardentissimo desiderio. Del numero di quei chierici desiderava essere il primo. I membri della Congregazione intendono far rivivere l'esempio e l'ampiezza del cuore del loro fondatore nei palpiti di un cuore la cui vita di consacra a Dio “offrendo se stessi al Padre per mezzo di Cristo per la salvezza del mondo”, per tutto instaurare in Cristo portando a lui, innalzata, un'umanità redenta dal Sangue del Figlio di Dio. Essi si propongono di favorire quei fini che sono propri della Familia Christi, movimento nel quale essa nasce e per la quale si sviluppa, favorendo la crescita umana e spirituale dei suoi membri: giovani universitari, uomini e donne impegnati nel mondo del lavoro, intellettuali e liberi professionisti … le stesse categorie che furono oggetto della cura e dell'attenzione del loro fondatore, stella luminosa che risplende ormai nell'eterno giorno di Dio.

Il Processo per la Beatificazione del Servo di Dio, la cui causa prosegue presso gli uffici competenti della Congregazione per le Causa dei Santi, ha favorito la rinnovata pubblicazione dei suoi Scritti. È in corso la pubblicazione integrale del Diario manoscritto (redatto ininterrottamente dall'età di sedici anni fino alla morte) a cura di Mons. Florian Kolfhaus.


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1Cfr. In cruce oro et pugno. Dagli Scritti di Mons. Giuseppe Canovai, Tommasina Alfieri (ed.) p. 5 e ss.
2Cfr. Sacerdozio, Messa, Breviario, Opera Familia Christi (ed.), Edizioni Centena Roma 1962.
3Cfr. Suscipe Domine. Biografia e Diario di Mons. Giuseppe Canovai, Domenico Mondrone, s.j., Edizioni “La Civiltà Cattolica”, Roma 1949.
4Cfr. Don Giuseppe Canovai nei suoi scritti, Mons. Giacomo Loreti (ed.), Edizioni Centena, Roma 1963.
5Cfr. Don Giuseppe Canovai nei suoi scritti, op. cit.

6Cfr. L'avventura della santità sacerdotale. La vita del Servo di Dio Mons. Giuseppe Canovai, Casa Mariana Editrice, Frigento 2014.