martedì 3 ottobre 2017

In memoriam ... di Monsignore

Nella vita il Signore ti mette dinanzi alcune persone, ti fa fare incontri che ti cambiano, che ti spronano a lasciare la vita di un attimo prima per aprirti alla perenne novità del Vangelo con la tua conversione.

Nel giorno degli Arcangeli un'anima rilucente di luce veniva portata in cielo fra i canti e le allegrezze angeliche!

Conobbi Mons. Giovanni Battista Proja (Colli 1917 – Roma 2017), quando da ragazzo servivo messa nella Chiesa di Sant'Antonio abate a Priverno con don Renato Palleschi. Era canonico del Capitolo lateranense, esorcista e predicatore indefesso.
La figura schiva e al tempo stesso affabile di questo sacerdote, coi suoi abiti un poco lisi e dimessi, attirava la mia attenzione. Ci mise poco a scoprire il mio desiderio di consacrarmi a Dio. Veniva da noi per predicare ritiri, quaresimali, per incontrare i gruppi di preghiera. Sapeva tenere desta l'attenzione dei fedeli con esempi pratici legati in amalgama con uno stile prettamente catechetico. Parole grosse o sofismi altisonanti non gli appartenevano. Divenne presto il mio confessore, la mia guida, mio padre, la spalla sulla quale ho pianto, l'unico che ha sempre creduto in me e nella mia vocazione. Dopo gli eventi spiacevoli che diedero un corso nuovo e indecifrabile alla mia vita mi accolse in casa sua (quanto era intensa la sua vita di preghiera, credo di non aver pregato mai così tanto come quando ero con lui!) e, rompendo le mie resistenze, dettate dall'attendere risoluzioni che non arrivavano e promesse che non si concretizzavano, mi fece iscrivere, per obbedienza, alla Pontificia Università Lateranense, per incominciare il corso teologico che poi avrei continuato con profitto presso la Pontificia Università della Santa Croce, sempre nella città eterna.
Nonostante gli impegni che andavo assumendo, perché legati alla vita religiosa, ho cercato di stargli accanto il più possibile, non solo negli eventi straordinari ma nelle situazioni concrete e ordinarie della sua vita. Mi recavo da lui per la confessione settimanale e mi occupavo del riordino della stanza, dello studio e della cappella (l'ordine non era il suo forte!). Alla sua scuola ho appreso una scuola di vita ed ho conosciuto figure di santità nascoste tra le pieghe della storia luminosa della Roma cattolica. Mi ha trasmesso il suo pallino per la storia. Mi ha trasmesso l'amore per le cose di Dio, mi ha trasmesso l'amore e la cura per le vocazioni, specie quando sono incomprese e sofferte. Mi ha voluto tra i suoi discepoli, e di questo non cesserò mai di rendere grazie al buon Dio. Lo accompagnavo dappertutto, specie nelle giornate dei ritiri mensili predicati al suo gruppo di preghiera in quel di Prossedi (LT), o a Roma nella ricerca e nell'approfondimento, nelle ricorrenze e nelle devozioni legate a quei santi di cui curava la causa di beatificazione. Sempre affiancato dal fedelissimo domestico Massimo, che per lui era figlio, infermiere, collaboratore devoto.

Sono incontri che ti cambiano la vita! Sono le stelle luminose che in giornate grige sanno illuminare i nostri passi verso un cielo luminoso.

Convinto della sua fama di santità ho cercato di raccogliere, registrare e documentare ogni suo intervento pubblico e ogni suo frutto di meditazione. Col tempo vedrò di riordinare tutto e procedere a qualcosa di più concreto.

La sua età avanzata, la sua precaria salute, la necessità di un'assistenza più specifica, hanno suggerito un ricovero presso case di cura che potessero sovvenire a quello che in casa non si poteva garantire. Gli acciacchi dell'età vennero affiancati dai dolori della solitudine e dell'indifferenza di coloro che erano stati gli aedi dell'ora della gioia, in cerca di qualche piccola o grande affermazione personale all'ombra del vegliardo. In quella stanza di ospedale, oltre all'onnipresente instancabile Massimo, di quella gente ce n'era ben poca.
Poco più di un anno fa, durante una delle mie consuete visite, mi rivelò il suo dolore nel non poter ricevere spesso Gesù sacramentato: il cappellano non lo visitava e gli altri preti non erano da meno. Chiesi al parroco della mia parrocchia romana don A. S. questa cortesia. Ne riportò un'impressione magnifica, tanto da rivelarmi in macchina due cose: l'accuratezza della sua confessione generale (che rivelava un altissimo senso della presenza di Dio nella sua vita) e la sua accorata raccomandazione per me, alla quale né lui né l'altro sono venuti meno.
Mi commosse quell'incontro. Posso rivelarne il contenuto. Mi prese per mano mentre me ne andavo e mi disse: “Mi raccomando, fatti santo, chè tutto il resto è una fesseria”. Gli risposi: “Monsignò, anche se me ne vado noi siamo sempre legati, saremo uniti per sempre!”. E mentre gli dicevo queste parole sincere (non lo so come mi siano sgorgate dall'anima) non potei trattenere le lacrime. Si commosse anche lui e con lui M. V. che mi accompagnava.
Devo dire che mi dispiaceva molto vederlo in quello stato di “spegnimento”, lui che era stato tanto attivo, instancabile nel suo servizio al Regno di Dio.
Allora compresi una cosa che non ho mai rivelato ad alcuno. Si era offerto vittima per la mia vocazione. La prova? Gli chiesi di pregare per me che mi avvicinavo alla professione religiosa. Sabato 23 settembre, quando Massimo gli ricordò che era il giorno dei miei voti, si riprese, sorrise; era felice e alzò le braccia al cielo, come in un Nunc dimittis. La sera stessa le sue condizioni peggioravano. È morto serenamente, come i santi, senza clamore, senza grandi parole. È morto dimesso, coi soli fedelissimi accanto, è morto come era vissuto.
È morto come aveva chiesto a Dio incessantemente negli ultimi anni.
Che io sappia non ci ha lasciato un testamento spirituale. Rendo grazie a Dio di aver avuto modo di registrare, fra le altre, una sua omelia, che il giorno delle sue esequie nella Cattedrale di Roma, il Cardinal Vicario ha citato come suo ultimo dono, patto, come una specie di testamento e raccomandazione:

“Quando siamo dinanzi ai misteri di Dio l'atteggiamento più consono al cristiano sarebbe quello del silenzio, dell'adorazione, dell'ascolto interiore della parola che lo Spirito Santo suggerisce. Il Signore, tuttavia, ha dato all'uomo la parola; e quindi si può esternare qualcosa come riflesso della parola di Cristo. Le limitazioni umane non sempre rendono efficace, piacevole, questa traduzione.
Parlando del sacerdozio vedo tre caratteristiche: il sacerdozio è un atto della divina predilezione, un atto misterioso perché non è legato alla perfezione dell'individuo e neanche alla perfezione del luogo dove l'individuo vive e opera.
Una predilezione che sorpassa i criteri umani e si spiega solo coi criteri di Dio: 'Dio ha voluto così'.
Il sacerdozio è una chiamata e un'opera di santificazione. Si tratta di fare ogni giorno giorno per giorno, momento per momento, la volontà di Dio, con amore, con zelo, con dedizione, instancabilmente. Il sacerdozio è una chiamata anche di riparazione. E questo è un punto che ci prende più da vicino. Se non avessimo questa chiamata il peso dei nostri difetti e dei nostri limiti sarebbe troppo pesante per le nostre anime. Mistero di riparazione perché Cristo Gesù facendosi uomo e morendo sulla croce ha riparato tutte le miserie dell'uomo di tutti i tempi.
Gesù crocifisso è Gesù riparatore.
Il sacerdote è chiamato ad essere riparatore per sé e per i propri fedeli. I fedeli aiutino il sacerdote a ringraziare a riparare per le sue debolezze e miserie umane. Non giudicare ma riparare!
In questa visione globale del sacerdozio pensiamo alla Vergine santa, che ha adempiuto una missione, per così dire sacerdotale, anche se il termine si usa in maniera impropria dal punto di vista sacramentale e giuridico (preservata dal peccato e arricchita di grazie, dolori e sofferenze, il cui culmine ai piedi della croce, compartecipe della missione riparatrice di Cristo. In quel momento il Signore ce l'ha data come Madre, eletta da Dio, artefice di santificazione, zelatrice somma della riparazione come Gesù la desidera.
Chiedete per me e per tutti i sacerdoti che siano consapevoli della divina predilezione, si sentano chiamati alla santificazione e riparino costantemente per sé e per tutto il popolo di Dio. Così sia!”.


La solitudine della Tua assenza è solo un mesto retaggio della mia confusione. Tu non sei lontano: mi sei accanto, mi benedici e mi accarezzi.consoli me e i tanti che Ti vollero bene. 
Da ora in avanti non sarò più povero, ma avrò un intercessore in cielo. Prega per me e per tutti. 
Ti voglio bene!

Il Tuo figliolo spirituale

per il link all'omelia e ad altri interventi

domenica 5 febbraio 2017

"Vojo canta' così ... fior de limone!" ... Riflessioni e sorrisi sul ritorno di Pasquino





Era da un po' che Pasquino taceva.

Chi è romano lo conosce bene. Chi sa la storia lo conosce meglio ancora. Una voce che nel corso dei secoli ha fatto spesso e volentieri compagnia alla polizia pontificia, al popolo e … al Papa. 

Devo dire che ho sorriso qualche giorno fa quando Pasquino ha scelto metodi più moderni ma ci ha salutato, ci ha detto la sua, ci ha fatto sentire che ancora vive. Questo compagno di viaggio ci rassicura circa la sua sopravvivenza e inquieta molti col suo dire. Eppure non c'è niente di più tradizionalmente romano di questo chiacchierone. Per secoli ha dato voce a chi voce non aveva ed è stato spesso usato, col suo fare satirico, come denuncia quieta di qualcosa che non andava. E dico “quieta” perché tipicamente romana. A Roma non si fa chiasso, non ci si inquieta, si vive sereni anche in mezzo alla bufera. Si sa che l'acqua sotto i ponti del Tevere scorre sempre. Tutto passa. “Nun te preoccupa'”.

“La sua voce è questo chiacchierone di pietra, sempre lui, Pasquino”, diceva nel film di Magni, Nell'anno del Signore, il prefetto di Roma che parlava con Cornacchia durante la sua ronda notturna: “Il popolo sembra che dorme … ma gli unici che dormono a Roma siamo noi che stiamo sempre svegli ...”.

Una levata di scudi, uno straccio di vesti …

Gente che inneggia alla sacralità del Papa e sui social fa un gran parlare contro Pasquino. Non sanno la storia, vogliono ancora le parrucche.

Purtroppo noi risentiamo ancora di quel “pregiudizio”, per così dire, papalino successivo agli eventi napoleonici prima e risorgimentali poi. La Chiesa soffriva guai e persecuzioni e il Santo Padre divenne ancora più santo, sia giustamente nel pensiero del popolo cristiano, sia realmente, e non si può negare. Ma spesso questa considerazione è sfociata in un sentimentalismo assai fuori luogo. “Chi tocca il Papa muore”, urlava in Piazza San Pietro l'Azione Cattolica negli anni del Concilio. Abbiamo avuto Papi santi e ancora ne avremo. Ma ridurre sempre tutto a un misticismo fuori luogo e a frasi ad effetto non serve a gran ché. Da che mondo è mondo e da che la Chiesa è Chiesa, le scelte di governo, le scelte decisionali del Papa sono sempre state oggetto di discussione, di confronto, di critica … e spesso di satira, come oggi. Non gettiamo fango su Pasquino! Gettare fango su di lui vuol dire coprire di ridicolo noi.

La levata di scudi dei papalini non ha senso. Qui non viene attaccato il magistero papale, né tanto meno il Papa come successore dell'apostolo Pietro … si scherza solamente (satira) sulle scelte di governo del capo-vicario della Chiesa visibile come organismo di società nel mondo. Io ci metto la mano sul fuoco e me la brucio: Pasquino parla solo di questioni temporali e non certo il suo intento era quello di danneggiare il Vicario di Cristo. L'infallibilità papale (Concilio Vaticano I), ricordiamolo, non riguarda le scelte di governo del Papa ma solamente le questioni di fede e di morale insegnate solennemente con l'autorità che deriva da mandato petrino, esercitato ex cathedra.

Cum grano salis bisogna ogni tanto ricorrere a quel sano pragmatismo romano ... 

Amici miei, non siamo, vi prego, “più papisti del Papa”! Facciamo parlare pure Pasquino, facciamoci una risata “alla romana”, sereni e viviamo serenamente.


“Nun je da' retta, Roma, Pietro lo sa, soride e te benedice uguale!” ...










per la celebre interpretazione di Pasquino, da parte di Nino Manfredi, cui ho fatto riferimento nell'articolo vedere il link di seguito ... 

Nino Manfredi ... Pasquino

E. O.
5 febbraio 2017
Sant'Agata

sabato 7 gennaio 2017

La festa di uno Sconosciuto. Riflessioni e analisi disincantate su fenomeni diffusi

La festa di uno Sconosciuto
Riflessioni e analisi disincantate su fenomeni diffusi

Con la solita fredda abitudine abbiamo assistito a un fenomeno che accade da tempo, mai esorcizzato per finto buonismo o anche per una tacita condiscendenza. A Natale e a Pasqua specialmente si avvistano in chiesa strani generi di cristiani, i così detti “natalini” e “pasqualini”. Si tratta di persone notoriamente allergiche all'odore della cera o al profumo dell'incenso, i quali proprio quando costretti dall'impellente stimolo di una morta tradizione, che nulla dice alla psicologia più profonda, o costretti dalla molestia di un parente, si trovano, loro malgrado, nelle navate di una chiesa, letteralmente “posati” su un banco, spesso con le gambe accavallate o con uno smartphone in mano, assistono a riti vuoti di significato. Assistono al ripetersi di vuote cerimonie senza senso, nell'attesa che tutto finisca il prima possibile. Altri, più educati, vanno in chiesa per ossequio a una tradizione che sa di poesia. La vita è poesia, ma se essa è superficiale ne deriva che superficiali poesiole avranno da essere gli eventi di Natale: la culla col Bambino, Verbo di Dio Incarnato, e le vicissitudini della Santa Famiglia. Poesiole che lasciano il tempo che trovano, data la velocità con la quale passano presto i giorni e i momenti di fine dicembre. Passato il tempo, passata la devozione.

E ... arrivederci a Pasqua, dove molti, più o meno impegnati nelle sacre rappresentazioni e via crucis viventi, si trovano catapultati in eventi di cui non comprendono il significato. Qualcuno che anche lo comprende di fatto lo irride. Molti di quelli che fanno rappresentazioni sceniche di tal genere, stanchi o scettici, dimenticano di fare una buona confessione e di partecipare alla messa di Pasqua, presi come sono dalle crapule che questi giorni si portano appresso.

Mi perdonino i miei tredici lettori, ma vedendo il rinnovarsi di queste malsane abutidini in questi giorni che a molti scivolano addosso come niente fosse, ho sentito il dovere di accendere un campanello d'allarme … per chi sente!

Il Natale è diventato un evento di consumo, di marketing et similia. Si fa festa. Ma perché si fa festa? E soprattutto: per chi si fa festa?

In un mondo dal pensiero liquido e dalla vita fatta di relazioni che rischiano di tendere al liquido o al virtuale si perdono di vista le motivazioni. E se mancano queste non si coglie il senso di quel che si fa. Ha senso festeggiare un evento prescindendo dal protagonista che ne è la causa scatenante ed efficiente? Come si fa a festeggiare il Natale?

Natale vuol dire nascita. La nascita di chi? Non ho mai assistito a un compleanno nel quale si va a casa del festeggiato e lo si ignora. Ma si mangia e si beve in suo nome! Si prendono ferie e si va in vacanza in nome di chi volutamente si lascia da parte. In un altro contesto potremmo dire che gli ospiti sono dei maleducati che andrebbero cacciati via in malo modo. Ma poiché si tratta di contesti smielati tutto accettiamo e tutto, poveri sempre più, giustifichiamo. Apprezzerei di più l'atteggiamento di chi dicesse di essere ateo o indifferente e andasse dal suo datore di lavoro e dire: Io voglio lavorare nei giorni delle festività religiose e fare lo straordinario la domenica: infatti non sono credente. Ma dove il pensiero è liquido e le motivazioni inesistenti o inconsistenti si arriva all'assurdo. Prendiamo motivo dalle feste religiose per fare quel comodo che ci pare. Seppur conveniente alla conta dei fatti questo modo di fare risulta incoerente.

Di tale incoerenza è ammalata la nostra Europa, o quel che ne rimane. Da continente morale di è trasformata in pascolo di banche e avventori. Scorribanda di massoni e volponi più o meno raffinati.

Et lux in tenebris lucet! Ma Natale viene a dirci che la luce (Cristo) splende fra le tenebre e queste non l'hanno vinta (Gv 1,5). Anche il ritmo del mondo sembra dirci lo stesso, con l'alba che disperde le tenebre e il sole che disperde il gelo. Quanto tempo dovrà ancora passare perché quel sole e quella luce che da duemila anni ci illuminano possano finalmente riscaldare il nostro cuore e muovere gli affetti e le intelligenze verso più pieni appagamenti, verso porti più sicuri e rifugi meno incerti?

La luce splende! Possono darsi da fare quanto vogliono i poteri forti per schiacciare quel bambino, per uccidere gli innocenti o per farne tacere gli araldi. Qualsiasi cosa facciano o pensino, perdendo i giorni e le notti per le loro trame nulla possono contro questa luce che si irradia. I ladri e gli assassini della notte possono indaffararsi quanto vogliono per nascondere nel buio e nell'ombra le loro trame: il sole che sorge le rivelerà e saranno sbugiardati. Le macchinazioni vengono alla luce e sono schiacciate dalla forza di quella abbagliante verità.

Le tenebre vorrebbero avvolgere la Chiesa e spesso riescono a coinvolgere nelle loro trame molti uomini di Chiesa, nonostante i costanti avvertimenti di Papa Francesco. In un mondo decadente la Chiesa non può che tendere alla decadenza, vivendo nel mondo, ma non volendo, almeno in teoria, abbracciare lo spirito del mondo. Toccato il fondo vedremo le luci dell'alba, che daranno ancora speranza alla nostra vita e luce alle nostre intelligenze; energie nuove! Di qua e di là danno conforto iniziative e idee nuove, capaci di ignorare le immondizie sparse volutamente in ogni dove, per riprendere la purezza e la incidenza dell'annuncio cristiano. In alto i nostri cuori! Il sole di Cristo illumina, riscalda e … libera! Quella luce è una persona; e parla a me e a te e chiede di essere accolta, per darti la vita eterna e rivelarti te stesso e il tuo destino eterno.

Non vi rivolgo l'augurio pagano di “buon anno”, ma vi auguro di riscoprire il più profondo senso dell'umanità propria di ognuno per essere illuminati, riscaldati e liberati da quella luce non intermittente che da duemila anni ci conforta e ci indica la via, Lui stesso.

1In principio era il Verbo,
il Verbo era presso Dio
e il Verbo era Dio.
2Egli era in principio presso Dio:
3tutto è stato fatto per mezzo di lui,
e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che
esiste.
4In lui era la vita
e la vita era la luce degli uomini;
5la luce splende nelle tenebre,
ma le tenebre non l'hanno vinta.
6Venne un uomo mandato da Dio
e il suo nome era Giovanni.
7Egli venne come testimone
per rendere testimonianza alla luce,
perché tutti credessero per mezzo di lui.
8Egli non era la luce,
ma doveva render testimonianza alla luce.
9Veniva nel mondo
la luce vera,
quella che illumina ogni uomo.
10Egli era nel mondo,
e il mondo fu fatto per mezzo di lui,
eppure il mondo non lo riconobbe.
11Venne fra la sua gente,
ma i suoi non l'hanno accolto.
12A quanti però l'hanno accolto,
ha dato potere di diventare figli di Dio:
a quelli che credono nel suo nome,
13i quali non da sangue,
né da volere di carne,
né da volere di uomo,
ma da Dio sono stati generati.
14E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi vedemmo la sua gloria,
gloria come di unigenito dal Padre,
pieno di grazia e di verità.
15Giovanni gli rende testimonianza
e grida: «Ecco l'uomo di cui io dissi:
Colui che viene dopo di me
mi è passato avanti,
perché era prima di me».
16Dalla sua pienezza
noi tutti abbiamo ricevuto
e grazia su grazia.
17Perché la legge fu data per mezzo di Mosè,
la grazia e la verità vennero per mezzo di Gesù Cristo.
18Dio nessuno l'ha mai visto:
proprio il Figlio unigenito,
che è nel seno del Padre,
lui lo ha rivelato”.



sabato 14 novembre 2015

Nel mese dei morti un'anima rilucente guizza nell'oggi di Dio. Don Angelo Ricci oltre l'esilio

13 novembre 2015

Novembre è definito a ragione come il mese dei morti. In questi giorni sono stati molti i fedeli che sono passati all'altra vita, quella vera, quella definitiva.

Martedì scorso mi sono recato a Carpineto Romano (negli ultimi giorni ci sono andato spesso) per visitare un mio educatore del Seminario minore che, ammalato, lì era assistito amorevolmente dai suoi familiari. Sono rimasto colpito dal loro affetto e dalla loro assoluta disponibilità nei suoi confronti: sono queste le caratteristiche che sempre possiamo riscontrare nella nostra brava gente ciociara. Non voleva che io me ne andassi. Gli dissi che era tardi … “Aspetta, rimani ancora un po' ...”. Me lo disse più volte. Non potevo dirgli di no. S'era fatto veramente tardi e potei finalmente congedarmi. “Quando torni?”. “Un giorno della settimana prossima … forse lunedì”. “No! Devi venire prima!”. “Verrò venerdì allora”. “No. Prima!”. Immaginavo che sarebbe successo qualcosa prima di quel giorno. Strane coincidenze. Oppure conferme. Sì: conferme di quello che penso da tempo e che ultimamente mi si sta dimostrando dall'esperienza. Io penso che questi vegliardi sappiano intuire il momento del trapasso.

Non voleva che me ne andassi; non voleva che arrivassi tardi.

Questo il mio ultimo dialogo con don Angelo Ricci, classe 1923, sacerdote come quelli di una volta, serio e rispettoso. Un uomo di Dio, un educatore attento e preciso, meticoloso per le cose del buon Dio. Un esempio per molti, almeno per noi cresciuti alla sua scuola. Una scuola fatta di poche parole e tanti fatti, come sapevano far bene i preti di una volta. Quanti esempi! Quanta dottrina provata nei suoi insegnamenti. Un vero amante appassionato di Gesù Cristo. La sua preghiera era autentica e costante, senza fronzoli, quella appresa alla scuola dei gesuiti del Collegio Leoniano. 

Don Angelo era il mio confessore. Gli ho sempre voluto bene. Mi ha sempre cercato. Mi ha sempre seguito, anche quando la cattiveria umana e l'incomprensione mi portarono lontano, ad altre scelte. Anche in questo caso la Provvidenza scriveva il suo romanzo. Ma quanta saggezza da quei colloqui. Quanta gioia nel ritornare “a casa” a trovare un amico di sempre. Uno che stava lì e ti aspettava, perché sapeva che saresti tornato dove hai le radici.


Mi sono confrontato spesso col mio amico Luigi, con il quale andavamo a trovarlo spesso, specie nel suo ultimo soggiorno carpinetano. Siamo rimasti molto legati al nostro buon Canonico, come sentivamo che il sentimento era reciproco. Noi, gli irriducibili, quelli fedeli, della vecchia scuola del Seminario Vescovile, gente che non dimentica chi gli ha fatto del bene. Saper ricordare … E oggi c'eravamo.

Ricordare …

Ripensare alla storia terrena di questo umile e dotto prete ciociaro è ripercorrere la storia di Anagni e della sua diocesi nell'ultimo secolo (novantadue anni). Rivederlo giovane nella sequela del Vescovo Mons. Compagnone. È vedere la storia della fangosa Tufano, della bella Morolo, della ridente Carpineto, della Colonia estiva di Mondragone. E saper scorgere nei luoghi e negli attori le nostre persone, i nostri volti, la nostra storia. Sapeva costruirla, lui, la storia, sistemarla e tramandarla. Pensiamo al Palio rinascimentale di San Magno. Pensiamo alla Cattedrale restaurata dalla perizia e dalla competenza di un sacerdote cieco, superstite del Capitolo, che con la memoria sapeva vedere quello che a noi sfuggiva.

E chi può dire quello che passa nel mio cuore in questo momento? Adesso che mi trovo a scrivere, come un dolce dovere, una memoria sua. Scrivere un testo che lo ricordi è scrivere anche di me, di Luigi, di Marcolino, di tutti coloro che hanno avuto la grazia di incontrare questo mistico contemporaneo (non esagero) e gli sono stati fedeli fino alla fine. Saper ricordare.

So che la mia stesura è incompleta. Non potrebbe essere altrimenti. Chi legge e sa potrà bene integrare queste brevi tracce con quello che non ha scordato e che adesso gli balza davanti nitido e fresco.

Quanta sapienza, quella vera, quella umile di chi si mette a servizio delle giovani generazioni, quelle del Seminario come quelle delle Scuole (insegnò per molti anni nell'Istituto magistrale di Anagni). Una cultura che non ti umilia ma ti accresce, che ti riempie di qualcosa che ti sorpassa e che non appartiene a te e a nessuno di questa misera terra.

Ognuno di noi da oggi è più povero.

Quanta gente oggi a salutarti ad Anagni, nella tua città di adozione. Nella tua Chiesa, che hai amato e servito: ci sei di grande esempio. Interprete di tutti è stato il Vescovo. Ci ha letto il tuo testamento spirituale, essenziale. Si è commosso più volte. Ti ha ricordato bene, lo sai. Ha tratteggiato bene quello che tutti sapevamo e che adesso si palesava più vivido di prima. La morte rende eterno il transitorio. Fedele servitore della Chiesa. Pastore di anime attento e scrupoloso. Memoria vivente della nostra storia. Biblioteca, anzi archivio per noi sempre pronto a donare. Qualche volta la tua fiducia incondizionata è stata tradita da chi ha voluto approfittare anche della tua malattia.

Noi ti vogliamo bene e preghiamo il Padre delle misericordie che ti abbia accanto a Sé in cielo, a pregare e intercedere per noi. Gli ultimi tempi sono stati vissuti con grande sofferenza. Hai avuto modo di guadagnare il paradiso e di meritare per tutti. Continua a ricordarti di noi. Preparaci un posto là dove non c'è più sofferenza o male che possa allontanarci dal nostro eterno destino di felicità.

Per noi si è aperta un'altra finestra in cielo: da lì ti affacci e ci guardi. Ci benedici e ci sorridi. Sento la tua mano che mi si posa sulla testa, come quando da ragazzo mi assolvevi e più recentemente mi consolavi e mi incoraggiavi. Quella mano mi accarezza e mi dice: “Confida in Dio”. Un bacio a quella tomba e un pensiero grato e riconoscente alla tua anima immortale che già vola e riluce nel sole di Dio.


Ciao, Don A'!!

mercoledì 23 settembre 2015

In cerca di volti ... "la bonifica delle anime" ... un breve ricordo di don Renato

Un giorno di cinque anni fa, di questi tempi, arrivai a Latina. Non conoscevo nessuno o quasi. Mi presentai alla Parrocchia alla quale il Vescovo mi aveva assegnato. A dire la verità non sapevo bene neanche dove fosse; sapevo tuttavia che era a Latina. A quei tempi ero ancora troppo povero per il navigatore. Arrivai. Trovai un sacco di bambini che attendevano il catechismo. Entrai in chiesa e mi inginocchiai per qualche minuto. Arriva un sacerdote: quello lo conoscevo, almeno di fama. Mi si accostò e si presentò. Sapevo che era di Sezze, l'antica sede vescovile confinante con la mia (Priverno), che nel corso della storia non c'era stata mai troppo amica. Pur tuttavia quella vicinanza fra i due paesi mi allargò il cuore e mi fece tirare un sospiro di sollevo. Avevo un conterraneo più grande di me di quasi settant'anni. Mi stimò fin da subito, anche quando gli eventi mi portarono altrove. Una lettera, una telefonata, una visita … trovava sempre il modo per farsi presente.

Questo e molto altro era Monsignor Renato Carlo Di Veroli, vicario episcopale, vicario generale ... parroco, sacerdote, cultore saggio, fratello, amico, don Renato! Una persona che sapeva farsi presente, andare incontro al suo interlocutore, quello che la Provvidenza gli metteva davanti, senza pregiudizi e senza il timore di doversi confrontare con chi potrebbe non comprenderti o osteggiarti. Posso dire senza enfasi che l'incontro più importante, la conoscenza più significativa (non me ne vogliano i miei amici latinensi!) è stata quella. Un incontro che mi ha segnato, un'amicizia che mi ha insegnato tanto. Ho scritto bene: con don Renato eravamo amici. Egli era capace di farsi amico dei suoi figlioli. Sapeva cosa dire e quando era il caso di tacere. Sapeva anche difendere dalle ingiustizie chi veniva ferito o vilipeso. Con quel garbo e quella sapienza che viene (non sempre) con l'età. Con la stima dei vescovi e la fiducia dei potenti, con le mani e il cuore sempre protesi al popolo!

Non conoscevo, quando arrivai, assolutamente nulla o quasi della storia religiosa di Latina, città assolutamente distante, a livello sociale e di sensibilità storica, dalla mia amata Priverno (che vanta origini pre-romane). Mi donò il suo libro. E lì io scoprii la mia Parrocchia. Immaginavo volti e situazioni … e alla luce di quel passato comprendevo il presente. Stimavo quei protagonisti e pensavo che i pionieri non furono solo quelli della prima ora o narrati dalle cronache. Pensai che don Renato assomigliava neanche poco a quell'altro setino (stavolta di adozione) che fu abate e santo, Lidano d'Antena. Questi venne dalle sue tranquillità, da quel di Montecassino a rifondare quel che era in rovina; venne a “bonificare le anime” (per usare un'espressione di un altro setino, mio amico e giornalista). Anche don Renato venne a bonificare e anime, a confortare, edificare, mantenere, tramandare e sorvegliare a che lupi rapaci non venissero a distruggere e sradicare. Rimase come un vegliardo a guardare a che nulla andasse perduto. A perpetuare la memoria; di cose antiche che spiegano il presente: senza di quelle non capiamo nulla, neanche chi siamo.

In cerca di volti … sempre, anche quando l'età lo ha costretto a ritirarsi in casa. Incontri, parole, gesti, cuore a cuore, che rimarranno per sempre scolpiti nel mio cuore e, spero, in quelli che saranno i miei atti sacerdotali.

Questa la mia testimonianza, il mio tributo dovuto a don Renato. All'amico, alla guida, al compagno di viaggio. Sono questi i testimoni che ci fanno capire che ne vale la pena, che non si soffre mai troppo a causa del Regno e che sull'altare si sta appesi alla croce insieme a Cristo.

Le mie parole sono vere. Chi mi conosce sa che non sono troppo avvezzo agli elogi, né per me né per gli altri. Ma qui emerge il dovere di giustizia.


Se devo essere sincero faccio molta difficoltà a pensare una Latina senza don Renato!
Ma egli non se n'è andato! Rimane il suo ricordo in ciò che ci ha trasmesso e negli insegnamenti che ci ha donato, negli ideali in cui credeva e nel modo di edificare.

Quel mio amico giornalista ha scritto, nel suo ricordo, che don Renato gli disse di sì mentre gli altri erano impegnati. E lui sapeva bene a che si riferiva (qui: http://www.latinaquotidiano.it/quando-don-renato-mi-disse-si-mentre-gli-altri-erano-impegnati/).

Non si negava, sapeva di essere chiamato a una missione superiore, che trascende gli uomini appunto per servire l'uomo e non gli uomini, in mille faccende affaccendati. Sapeva qual era la sua missione, una missione che non gli apparteneva, che lo sorpassava, lo prescindeva … ma lo riguardava e lo immergeva pienamente nell'ideale sacerdotale.


"Il valore di un uomo - dice la Sacra Scrittura - si riconosce nel momento della morte". Quanta saggezza nella tua vita; quanta saggezza nella morte! Sobrietà e compostezza ...

Adesso raccoglie il premio delle sue fatiche e invoca per noi quella benedizione che noi invochiamo per lui. Ancora su di noi quel segno di benedizione e quel tuo caro sorriso rassicurante. “Avanti, coraggio!”. E così sia!

mercoledì 2 settembre 2015

IN RICORDO DI UN PADRE, DI UN MAESTRO, DI UN AMICO ...

Una sera di settembre di dodici anni fa, la seconda, un'anima bella ci ha lasciato per andare incontro a Colui che fra tutti più aveva amato nella sua vita. E noi fummo i fortunati che la bontà di Dio volle appartenessimo al suo gregge, oggetto della sua cura e del suo affetto. Un giorno come tanti ... una sera nella quale una stella splende più di altre, da allora ci guarda e ci benedice. Ci ricorda chi siamo, verso dove andiamo e come dobbiamo camminare. Una sera nella quale abbiamo visto allontanarsi dai nostri occhi un padre, un maestro, un amico.
Padre: sollecito e premuroso verso tutti noi, piccoli e grandi uomini che camminiamo nella storia,
Maestro: delle eterne verità che al cielo sono via. Maestro non solo per giungere all'aldilà, ma anche su come si agisce su questa terra. Quanto ci hai insegnato nel tema della carità, della fede, della speranza cristiana! Nessuno che veniva da te tornava a casa come era prima. Ci hai insegnato a sperare sempre, perché il buon Dio è fedele alle sue promesse. Ci hai insegnato ad amare il prossimo vedendo in lui sempre un'occasione di crescita nell'amor di Dio. Ci hai fatto vedere con l'esempio come si aiuta chi è in difficoltà. Ci hai innamorato di Dio, della Madonna, di Sant'Antonio, del glorioso San Tommaso. Le tue parole in occasione di tali festività ci risuonano ancora care al cuore. Espressioni di dolcezza e confidenza infinita. Ci hai fatto capire che la vita cristiana è lotta, è sacrificio ... che va vissuto con amore, con slancio e, perché no, col sorriso sulle labbra. Ci hai fatto sempre sorridere, anche quando la vita con te è stata dura e la malattia ti ha costretto alla sedia a rotelle. Ci hai fatto capire quanto si ama il proprio servizio sacerdotale e che il proprio gregge non si abbandona mai, neanche se stanchi, fiaccato dall'età o dal male. Ci hai detto tanto con la tua vita, la tua predicazione e la tua generosità, tu che subito dopo la guerra ne hai viste tante. A voi giovani preti di allora venne chiesto tanto. Sacrifici e cuore per aiutare chi dalla guerra usciva deluso e privato spesso anche della dignità. La scuola, la parrocchia, il seminario ... in ogni luogo una parola buona, una parola di cielo, che plasmata sulla terra portasse al cielo!
Un amico: questo eri e sei per noi. Riuscivi a essere prossimo a tutti, piccoli e grandi, con i tuoi gesti, le tue parole precise, il tuo stile inconfondibile .... A tutti ti facevi vicino e sapevi dire il giusto a tempo debito. Quanti ragazzi da te hanno ricevuto quell'istruzione che li ha fatti buoni cristiani. Quanti ammalati da te hanno avuto conforto. Quanti morenti con te vicino hanno visto l'eterno giorno di Dio!
Noi siamo quel popolo che ti è sempre stato accanto. Noi siamo quei discepoli che nell'ultima ora non si sono vergognati del proprio padre e maestro, del loro amico più caro! Siamo noi che dal tuo esempio abbiamo avuto tanto. Di questi esempi non ce ne sono più molti. Gran parte del clero si è lasciato corrompere dallo spirito di mondanità, si è lasciato vincere dal vizio o dalla tiepidezza, dal sonno e dalla vigliaccheria. Gente che lascia le sue pecorelle nel deserto del mondo e pensa di operare bene, quando in realtà servono solo se stessi e i propri piccoli piccoli interessi. Quanta nostalgia! Nostalgia di parole chiare, che non ingannavano nessuno, che dicevano il vero e aiutavano chi era nel bisogno con la forza della verità, della trasparenza, parole che venivano dal cuore e che a questo arrivavano dirette. Siamo noi quei tuoi figlioli che speriamo siano degni di essere chiamati così come si sentono.
Continua a benedirci, tu che ben ci conosci e sai quello che sta nel nostro cuore! Tu che costruivi ponti, che intessevi relazioni, che sapevi parlare a tutti, umili e potenti.
Noi di te non ci scorderemo mai, sicuri che tu ci stai aspettando alla porta del cielo per portarci con te accanto a Gesù, a Maria, a Sant'Antonio ...
Da ieri che ti penso. Per me e per altri tuoi figli questa giornata è sempre carica di nostalgia, di ricordi, di affetto e di preghiera.
Oggi, nella chiesa della mia comunità, la Santa Messa di stasera sarà in tuo ricordo, come la comunione di ieri e di oggi, pegno e assicurazione della comunione col Padre, col Figlio e con lo Spirito Santo nella quale i tuoi figlioli sanno di essere legati a te per sempre. Noi preghiamo per te, perché il buon Dio doni la pace alla tua anima devota e la introduca alla sua visione beatifica.
Tu continua a benedirci e a sorriderci, tu che ci commuovi sempre!
"Ab interitu vitae" ... "dum volvitur orbis" ... Arrivederci!!






giovedì 12 febbraio 2015

"SALVIAMO GLI ORSI!" ...

Salviamo gli orsi!
 Riflessioni sui paradossi di oggi e di domani

Qualche giorno fa mi è arrivata una richiesta da Facebook: un mio amico mi chiedeva di apporre il mio “like” a una pagina “Salviamo gli orsi”, sulla quale si enunciavano in maniera chiara e distinta le necessità legate al tema. E si illustrava talmente bene da spronare anche il più pigro frequentatore a cliccare quel “mi piace”, necessariamente.

Questa faccenda, se volete anche un po' disimpegnata, mi ha dato modo di riflettere su quanto sia paradossale il mondo in cui viviamo e quali sono le preoccupazioni che assillano tante persone in tante e simili faccende affaccendate. “Salviamo gli orsi” …
Subito la mia mente riflessiva si è allontanata dal tema proposto e mi ha portato lontano, oltre il Mediterraneo in Medio Oriente. E ho pensato agli orsi veri, quelli di cui i frequentatori di Facebook non si curano troppo. Ho pensato ai miei confratelli cristiani che, vittime della violenza e del sopruso, anche oggi sono martiri, testimoni di un qualcosa che va oltre e che chiede vita e sangue, come è stato per il capostipite, Gesù Cristo. Vita e sangue, ieri come oggi e probabilmente domani ancor di più.
Ma quel motto non mi lasciava la mente: “Salviamo gli orsi”.

Miei cari tredici lettori (spero che non diminuiate con la lettura del mio articolo sgangherato!), sarò anche cinico o insensibile, ma vi dirò, e lo confesso, che a me questo motto non dice niente. Farò storcere il naso a qualche benpensante amico degli animali; ma a me degli orsi non me ne importa niente.

Il Padreterno, nella sua infinita bontà ha chiamato l'uomo alla custodia del creato, ci mancherebbe, ma soprattutto alla custodia del fratello. Anche se lontani noi siamo legati a quella gente che manco conosciamo … e lo siamo non in virtù della carne, né per virtù del sangue, ma per la figliolanza ricevuta nel Battesimo. È un vincolo molto più grande quello che ci lega alle persone!
Ma questo non ci interessa … “Salviamo gli orsi!”.

Un giorno che ormai credo non sarà poi troppo lontano ci accorgeremo che le nostre preoccupazioni sono altre, legate ad altri interessi ben più grandi e profondi, ma che non credo ci realizzeranno appieno. L'orso che ci minaccia di chiama ISIS:

La violenza e le minacce dell’Isis non danno tregua. In un messaggio audio di 42 minuti diffuso su Twitter, il portavoce dei jihadisti, Abu Muhammed Al Adnani, attacca nuovamente la comunità cristiana occidentale: “Conquisteremo la vostra Roma (intesa come simbolo della cristianità, ndr), distruggeremo la croce e prenderemo le vostre donne”. Il fondamentalista invita anche i sostenitori dell’autoproclamato califfato a compiere omicidi contro i civili di quei paesi che hanno preso parte alla coalizione anti-Isis: “Uccidete i miscredenti in qualunque modo”, ha continuato”. Almeno fin qui Il Fatto quotidiano.

E allora il motto che mi girava nella testa è cambiato: “Attenti agli orsi!”. Di questi bisogna temere la reazione, mentre di quegli altri (gli orsi veri) già la conosciamo e sappiamo come aggirarla. Ma con una piccola differenza: gli orsi che vogliamo salvare li conosciamo e ci si mostrano tali quali sono, mentre quegli altri non li conosceremo mai troppo bene. E questi, travestiti da orsi carucci, un giorno fanno esplodere una bomba, un giorno decapitano gente, un giorno danno fuoco e spargono sale. E noi non ce ne accorgiamo: crediamo sempre che il problema sia lontano e non ci riguardi. Ma quando il problema sarà presso di noi e ci colpirà con inaudita prevaricazione e odio allora sarà troppo tardi. E quelli che ora vengono chiamati profeti di sventura e gridano nel deserto delle cosciente relativizzate, verranno chiamati a dare un consiglio, ma ormai non servirà a tanto.

E questi amici lo hanno capito: l'Occidente non si conquista con le armi (c'hanno provato qualche secolo fa e hanno capito che non ci sarebbero riusciti), ma con le idee e con l'intromissione silenziosa, quella del sottobosco e del retroterra culturale. L'Occidente sarebbe cascato da solo, vittima di se stesso e del suo relativo benessere assolutizzato e divinizzato. A causa dell'indifferenza e dell'indifferentismo cadiamo vittime di quelle bombe ben più pericolose, che minano l'esistenza stessa di un continente che non vuole e non sa riconoscere le sue origini e la sua sussistenza in una persona e in un evento: Gesù Cristo e il Cristianesimo, che per noi fu faro di civiltà e luminosa rocca, fortezza fatta roccia contro gli assalti mortiferi della sottocultura e della prevaricazione. Lampada risplendente che sola diceva della dignità della persona e della importanza della sua piena realizzazione. E questo tanto quegli orsi quanto questi non lo sanno e non lo vogliono sapere.

Che Dio ci aiuti ….

Salviamo gli orsi!” ...



http://www.ilfattoquotidiano.it/2014/09/22/isis-nuovo-messaggio-attaccate-i-civili-cristiani-conquisteremo-la-vostra-roma/1128778/